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Lo spagnolo Van der Weyden.

Realizzare una mostra non è certo cosa facile, “. Realizzare poi una mostra capace di presentarsi sulla scena internazionale degli studi storico artistici sembra impresa impossibile per la nazione italiana. La dice lunga il fatto che “in tutto il mondo le grandi mostre nascono dentro i musei, come progetti di ricerca concepiti e portati avanti dallo staff scientifico permanente: così succede al Louvre, al Metropolitan, alla National Gallery di Londra e al Prado. Noi, invece, non abbiamo un singolo museo in grado di fare davvero ricerca, (…) ma siamo bravissimi a inventarci le fondazioni e le aziende speciali, i consorzi e le S.p.A.: decine di palazzistrozzi e scuderiedelquirinale, grandi scatolini vuoti al servizio di tutto tranne che della ricerca e dell’educazione” (T. Montanari, Privati del patrimonio, Einaudi, 2015). Decine di eventi con centinaia di opere invadono il territorio italiano, lasciando troppo spesso (non sempre per fortuna), cataloghi buoni per accendere il fuoco delle grigliate estive, contributi scientifici che di scientifico non hanno nemmeno il titolo e opere stressate da continui e dannosi spostamenti. Le mostre dovrebbero assolvere alla fase ultima di una ricerca storico artistica che trova in loro il corrispettivo fisico delle ipotesi testuali. Confronti fisici e fondamentali tra opere a volte geograficamente distanti tra loro, o semplicemente non esposte nello stesso spazio, che portano alla creazione di quei collegamenti visivi e contenutistici di cui si nutre la Storia dell’arte.

Se l’Italia ha trasformato le mostre da fine/inizio di un percorso di studio a occasione lucrosa per pochi, la Spagna, e in particolar modo il Museo Nacional del Prado di Madrid, sembra ancora imporsi nel mondo come fucina di studi di straordinario valore; studi che negli scorsi mesi e nelle prossime settimane, hanno trovato e troveranno spazio in quel gioco di ipotesi, tesi, controtesi e nuove proposte che la mostra “Rogier van der Weyden (h. 1399-1464)” (fino al 28 giugno) rappresenta a pieno.

The Descent from the Cross Rogier van der Weyden Oil on oak panel Before 1433 Madrid, Museo Nacional del Prado. Depósito de Patrimonio Nacional

Rogier van der Weyden, Deposizione dalla croce, Olio su tavola, 1433 ca., Madrid, Museo Nacional del Prado. Depósito de Patrimonio Nacional

Gli storici dell’arte ovviamente concordano sulla grandezza dell’artista fiammingo ma tendono a non essere d’accordo su ciò che il maestro dipinse nella sua non lunghissima carriera. Tra le circa 25 opere sopravvissute e ormai generalmente attribuite a Van der Weyden, gli storici sono certi solo su tre. Ora queste tre opere sono state riunite per la prima volta al Prado di Madrid in una mostra contenuta per quanto riguarda il numero di opere esposte, ma di straordinaria importanza nello sviluppo sugli studi dedicati al maestro fiammingo.

Roger de la Pastaure, il cui cognome fu traslato in fiammingo (Van der Wayden) durante la sua vita, nacque a Tournai e come proveniente da questa città è infatti indicato in molti documenti. La data di nascita, intorno all’anno 1400, si ricava in modo contraddittorio da due documenti: in uno del 21 ottobre 1435 è dichiarato trentacinquenne, nell’altro del 15 marzo 1441 lo si dice di quarantatrè anni. L’alunnato presso Robert Campin (forse il maestro di Flémalle?) è dichiarato, invece, in un documento del 5 marzo 1427, dove è nominato come semplice Roger de la Pastaure, ma in un altro, precedente, del 17 novembre 1426 si parla di lui come maestro. Probabilmente il termine “maestro” di questa testimonianza deve intendersi in senso generico, corrispondente a “pittore” poiché l’iscrizione alla Gilda di San Luca di Turnai è registrata ben più tardi (nell’agosto del 1432), di conseguenza l’ingresso in bottega di Rogier deve cominciare molto prima della data tramandata dal documento, a meno che non si accetti un età avanzata del nostro, evidentemente poco credibile. La sua carriera inizia quindi a Bruxelles il 21 ottobre 1435 e presto divenne pittore ufficiale della municipalità, ebbe incarichi importanti come le pitture murali per il municipio (distrutto nel 1695) e fu un Italia, secondo il Facio, dal 1450. Alcuni pagamenti della corte di Ferrara concordano con questi dati. La sua morte è segnata a Bruxelles il 16 giugno 1464. Fino a qui i dati biografici dell’autore, ma come ricostruire la carriera del maestro, i suoi influssi e il suo ruolo nel territorio artistico europeo? Difficile è rispondere a questa domanda, ma la mostra del Prado, grazie alla straordinaria curatela di Lorne Campbell della National Gallery di Londra, cerca di porre chiarezza in una situazione di grande complessità.

The Miraflores Altarpiece. Oil on panel, 220.5cm × 259.5 cm. Gemäldegalerie, Berlin. Fonte: Wikipedia

The Miraflores Altarpiece. Oil on panel, 220.5cm × 259.5 cm. Gemäldegalerie, Berlin. Fonte: Wikipedia

Il tutto inizia dal magistrale restauro, compiuto dai laboratori del Prado, della Crocifissione dal Monastero di San Lorenzo del Escorial, una delle più imponenti ed originali opere del pittore a causa della grandezza e dell’espressività delle sue figure inserite in una composizione estremamente semplice. L’opera, una delle tre che può essere accompagnata da fonti documentarie (dal momento che l’artista è presente nei testi della Certosa di Scheut a Bruxelles, la sua collocazione originale), venne venduta nel 1555 a Filippo II (in quel periodo nelle Fiandre) e sostituita da una copia di Antonio Moro. Il lavoro tecnico di documentazione (dendrocronologia, analisi di pigmenti, X-radiografia, riflettografia infrarossa e ultravioletta), insieme con il lavoro sul supporto e sulla superficie pittorica della Crocifissione ha riportato il dipinto al suo stato originale, rendendo possibile confermare la paternità di Van der Weyden e collocandola in modo specifico in un periodo tra il 1455, il primo anno possibile di consegna dell’opera, e il 1464, anno della morte del pittore.

L’intervento recente ha ripristinato la sensazione di tridimensionalità delle figure, il cui volume è stato distorto da uno spesso strato di grigia riverniciatura. La nuova immagine a raggi X e riflettografia a raggi infrarossi (presenti nel bellissimo catalogo di cui vi consiglio l’acquisto) indicano che si trattava di un lavoro molto ben pensato, difatti non sono state apportate modifiche sostanziali alla composizione, con un disegno preparatorio molto ben eseguito.

Oltre al Calvario, la mostra presenta la Deposizione dalla Croce eseguita per la chiesa di Nostra Signora fuori le mura a Louvain e conservata nel Museo del Prado, e il Trittico Miraflores, dono di re Giovanni II di Castiglia alla Certosa di Miraflores a Burgos (Gemäldegalerie, Berlino). Queste tre opere, con una scelta sartoriale più che curatoriale, sono state affiancate da uno dei gruppi scultorei della cosiddetta Pala Betlemme dalla chiesa di Santa María de la Asunción a Laredo, realizzata a Bruxelles intorno al 1440, al fine di fornire un affascinante contrasto visivo sia tra le figure presenti in questo lavoro, che sono straordinariamente simili a quelle della Discesa e Calvario, che tra i piccoli rilievi presenti sugli archivolti, che assomigliano a quelli del Trittico Miraflores.

Questa esposizione consente anche ai visitatori di vedere il tema iconografico del Calvario in altre opere dipinte dall’artista o legate alla sua bottega, come la Pala dei Sette Sacramenti dal Museo Koninklijk di Anversa, una delle opere originali di Van der Weyden. Questo capolavoro ha ispirato la versione realizzata da uno dei suoi diretti “inseguitori”: il Maestro della Redenzione del Prado, così come è chiamato dopo il suo principale lavoro, il Trittico della Redenzione, il cui pannello centrale, la Crocifissione, è sapientemente ospitato nelle sale e affiancato alla Crocifissione di Rogier.

Rogier van der Weyden, El calvario, 1457-1464, Patrimonio Nacional, Real Monasterio de San Lorenzo de El Escorial.

Rogier van der Weyden, El calvario, 1457-1464, Patrimonio Nacional, Real Monasterio de San Lorenzo de El Escorial.

La mostra sottolinea inoltre l’importanza dei mecenati dell’artista e dei collezionisti, sopratutto contemporanei, che aveva un altissima considerazione delle sue creazioni, e così d’obbligo vengono esposti i ritratti di Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario, che appaiono in un manoscritto storico fiorentino e sono copie di originali eseguiti dal maestro fiammingo. Anche Isabella di Portogallo, moglie e madre dei due duchi di Borgogna, fu importante mecenate di Rogier van der Weyden, come rivela il ritratto commissionato all’artista e ospitato in più copie e versioni che dimostrano un precoce apprezzamento del maestro nella penisola iberica. Apprezzamento che gode di una significativa presenza in mostra, essendo difatti chiaramente visibile nel lavoro del portoghese Nuno Gonçalves e soprattutto nelle composizioni di Egas Cueman, scultore di origine fiamminga, del quale vengono esposti diversi disegni per una tomba, (chiaramente ispirata alle composizioni di Van der Weyden) e la straordinaria scultura funeraria di Lope de Barrientos, confessore di Giovanni II di Castiglia e vescovo di Avila, Segovia e Cuenca, forse il pezzo che meglio esprime la maestria tecnica dell’artista nel maneggiare un materiale fragile come l’alabastro.

Una mostra che cerca di rispondere a diverse domande ma che sopratutto apre nuovi interrogativi per i quali propone prime e interessanti riposte. Si potrà iniziare da qui, da un catalogo ricco di saggi di altissimo livello, da una esposizione internazionale e da opere restaurate, per continuare a cercare di ricostruire e comprendere la grandezza di Van der Weyden. Mentre noi riempiamo le nostre città di “mostrine” inutili e dannose e utilizziamo i nostri musei come deposito temporaneo in attesa del prossimo evento espositivo, in Europa si fa ricerca e si realizzano mostre vere che rispettano ed esaltano il valore civile e culturale dei musei dando lavoro a giovani restauratori e storici dell’arte.

A presto



FOTO DI COPERTINA: Rogier van der Weyden, El calvario, 1457-1464, particolare, Patrimonio Nacional, Real Monasterio de San Lorenzo de El Escorial.

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