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La Tuscia e l’arte, verso una nuova consapevolezza?

La mancanza, più solitamente assenza, di consapevolezza nei confronti del nostro patrimonio è la macchia più ingombrante e più pericolosa che grava non solo sulla classe dirigente (senza distinzione d’importanza e ruolo) ma sulla maggioranza dei cittadini. Ciò che dovrebbe essere sinonimo di orgoglio e, di conseguenza, di un oculato e saggio “profitto” (non meramente economico) è, al contrario, oscurato da una coltre di mancata conoscenza; forse siamo abituati a troppa bellezza, forse l’ italica forma mentis non coglie le potenzialità di tutta questa abbondanza. Tale deformazione diventa ancora più tangibile quando si esce dalle porte della città per entrare in quella della provincia tanto da diventare quasi un disagio per chi, come chi scrive, l’ambiente provinciale lo vive quotidianamente. Soprattutto se questo territorio si chiama Tuscia.

Popolata già in epoche remote quello della Tuscia è da sempre considerato un territorio fertile e ricco; sede delle civiltà più antiche diventa, nel corso dei secoli, luogo privilegiato prima dagli etruschi poi dai romani fino a trasformarsi nella vera arcadia per l’aristocrazia romana, dove costruire ville di famiglia e giardini di piaceri. Ecco quindi la grande stratificazione dei tesori che impreziosiscono ogni centimetro dell’alto Lazio, dalle necropoli etrusche di Tarquinia al sublime teatro di Ferento o al grande anfiteatro di Sutri; dalle chiese e gli affreschi medievali di Tuscania, di Castel Sant’Elia o di quel piccolo scrigno che è il mitreo sutrino; dalla potenza del palazzo papale di Viterbo alle graziosità di palazzo Farnese a Caprarola o del castello Giustiniani – Odescalchi a Bassano Romano.

Con un piacevole stupore gli ultimi due anni sembrano aver invertito questa tendenza tanto da risollevare le amministrazioni cittadine dal consueto torpore; infatti diverse sono state le iniziative volte a valorizzare gli oggetti d’arte presenti nel territorio e a riunire le varie comunità intorno ad essi. Si veda il comune di Sutri fiero di aver riportato a casa, seppur per un periodo limitato, l’Efebo bronzeo ritrovato un secolo fa nelle campagne limitrofe al comune e attualmente nuovamente sepolto nei depositi del Museo Nazionale o gli abitanti di Bassano Romano finalmente orgogliosi del loro Michelangelo, una statua del Cristo Risorto di proprietà Giustiniani dalla storia romantica perché scartata dal maestro fiorentino dopo il tradimento del marmo dovuto ad una imperfezione che ne alterava per sempre l’immanenza della perfezione, tanto da dedicargli una giornata di studio.

L’evento più atteso di tutti, perché ferita aperta da troppo tempo, rimane la riapertura del Museo Civico di Viterbo. Le porte di piazza Crispi si erano chiuse per la prima volta il 26 maggio del 2005 a causa di un crollo strutturale, riaperto dopo i lavori di manutenzione e restauro, il 24 giugno 2011 un ulteriore cedimento di una diversa ala ne sancisce la definitiva chiusura. L’indignazione, come sempre succede quando ci si ritrova di fronte ad una catastrofe annunciata e alla fine avvenuta, la fa da padrone e quindi tutti si muovono per trovare una collocazione alternativa alle opere senza, la maggior parte delle volte, considerare le necessità espositive e, soprattutto, conservative delle stesse. Il 24 ottobre 2014 a tagliare il nastro d’ingresso, guida discutibile in uno scenario tutt’altro che ufficiale, nonostante la presenza dei vertici cittadini che non hanno perso occasione per mostrarsi come quanto di più lontano dal mondo della conoscenza dell’Arte, è Vittorio Sgarbi.

Se si può soprassedere sulle dinamiche del cerimoniale di certo non si può non rimanere ammaliati dalla bellezza del complesso e del suo contenuto; l’intero museo è dislocato all’interno del ex convento di Santa Maria della Verità e già solo il piccolo chiostro vale il prezzo esiguo del biglietto. Proseguendo tra le sale non nascondo che la voglia di vedere, finalmente, la pinacoteca fa quasi compiere una passeggiata veloce tra i reperti di età etrusca e romana. Con immenso e piacevole stupore, non ci si aspetta che la propria attenzione non sia veicolata esclusivamente verso i due capolavori di Sebastiano del Piombo. Ovviamente la Flagellazione e la Pietà con la loro forza attrattiva sono il focus dell’intera raccolta, che vanta però pezzi altrettanto privilegiati. Vicino a Sebastiano sono, infatti, distribuiti brani del trecento e quattrocento laziale e non solo, da cui poter partire per inquadrare la storia dell’arte viterbese e per parlare di committenti, di collezioni e collezionisti. La Madonna di Vitale da Bologna, il frammento di Antoniazzo Romano o, andando avanti con i secoli, L’Incredulità di San Tommaso di Salvator Rosa non solo sono una delizia alla vista ma possono essere un importante tassello per fondare un’auspicabile fortuna del complesso nello specifico e degli studi su quella che da sempre è una città dalla grande ricchezza artistica.

Di certo non è possibile, e nemmeno pensabile, instaurare un confronto tra il fermento artistico della Viterbo tra Medioevo e Rinascimento e l’immobilità della città moderna. Ovviamente quell’età dell’oro, resa tale dall’essere sede papale dal 1254 al 1271, aveva attratto l’intelligentia contemporanea e richiamato a sé i migliori artisti del periodo. Il rammarico allora non è certo nel non poter vedere la propria città, seppur di provincia, al centro del mondo artistico e culturale della nazione, ma nel vedere inermi cadere nell’oblio della conoscenza la maggior parte delle poche testimonianze rimaste. Quasi sconosciuto è, infatti, solo per fare un esempio, l’agone creativo tra Pietro d’Oderisio e Arnolfo da Cambio che all’interno della chiesa di San Francesco alla Rocca inventano per i pontefici Clemente IV e Adriano V un nuovo tipo di sepoltura monumentale.

Sebastiano Del Piombo, La Pietà, (1513-16?) Olio su tavola. Viterbo, Museo Civico

Sebastiano Del Piombo, La Pietà, (1513-16?) Olio su tavola. Viterbo, Museo Civico

Le vicende del Museo Civico hanno poi ricalcato questa tendenza all’oblio ed è impensabile come uno scrigno contenente tutti questi nostri valori possa essere rimasto chiuso per così tanto tempo. Chiuso al pubblico ma non alle richieste di prestito, tanto da farne un deposito dove le opere attendessero che qualcuno le reclamasse o fossero vera e propria merce di scambio per le amministrazioni comunali. Balzata agli onori della cronaca è la controversa vicenda del prestito della tavola di Sebastiano del Piombo; la Pietà sarebbe dovuta partire per Vicenza durante il periodo natalizio per arricchire la già arzigogolata e assurda mostra organizzata da Marco Goldin nella basilica Palladina e dedicata al tema del notturno; come contropartita sarebbero arrivati a Viterbo un Veronese e un Van Dyck. Il no della Sovrintendenza, causa il precario equilibrio conservativo dell’opera, quello di alcuni storici dell’arte, tra cui (l’allora geloso) Sgarbi, che hanno mostrato come la vacuità dell’esposizione vicentina non fosse il palcoscenico migliore per Sebastiano, e anche quello dei cittadini, memori di possedere un tale capolavoro solo in questo frangente, hanno evitato che tutto ciò avvenisse. Purtroppo il vergognoso avvenimento, promosso con veemenza dai vertici cittadini, si inquadra benissimo nello stato misero della gestione dell’arte viterbese. A quale scopo privare un complesso da poco riaperto della sua punta di diamante (peraltro dalle delicatissime condizioni conservative)? Con quale utilità e in quale modalità esporre due opere che non avrebbero avuto, per ovvie motivazioni, nessun tipo di tessuto connettivo con la collezione viterbese?

Fortunatamente oggi raccontiamo un’altra storia ma, purtroppo, non mi sarei stupita del contrario. Attualmente la National Gallery di Londra ha avanzato una richiesta per poter esporre la Pietà all’interno di un’esposizione che nel 2017 avrà lo scopo di analizzare il difficile rapporto tra Sebastiano del Piombo e Michelangelo; anche in questo caso l’amministrazione ha sottolineato l’importanza di tessere rapporti con uno delle maggiori fondazioni museali mondiali, soprattutto in funzione di futuri scambi di opere. La vicenda è ancora in fase di studio, ma di certo appare un accordo a senso unico.

Tra tutto questo miasma Viterbo conserva ancora un fiore all’occhiello, il Museo del Colle del Duomo. Situato a piazza San Lorenzo accanto al palazzo dei Papi e alla splendida Loggia delle Benedizioni, contiene al suo interno brani tratti dal patrimonio artistico viterbese dall’età etrusca fino al Settecento. Il piccolo percorso ci accompagna attraverso un chiostro adibito a lapidarium, una necropoli riportata alla luce e una pinacoteca arricchita da una Vergine Odighitria del XII-XII secolo, una quattrocentesca Madonna del Cardellino di Benedetto di Giovanni e una Crocifissione attribuita alla cerchia di artisti di ambito michelangiolesco che gravitavano intorno alla famiglia Colonna. Il tutto è accompagnato da pannelli interattivi che permettono ai protagonisti ritratti di raccontare la propria storia, non aumentandone le capacità esplicative ma, sicuramente, fornendo un’ulteriore attrattiva. Il Museo del Colle del Duomo è, quindi, la prova semplice e tangibile di come l’investimento sulla promozione della cultura cittadina sia la giusta e l’unica strada da percorrere senza arrovellarsi in progetti privi di senso, anche perché senza la conoscenza della propria ricchezza non è possibile approcciarsi a quella degli altri.

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