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La signora del Cenacolo.

Proprio come Bramante, anche Leonardo da Vinci (1452-1519), alla fine del Cinquecento, deve essere particolarmente attratto dalla Lombardia (in particolare da Milano), dalla prospettiva di poter trovare libero spazio per un’ampia sperimentazione personale in diversi campi del sapere, insieme a prestigiose commissioni dovute ad un Ducato in continua e consistente crescita territoriale e conseguentemente economica. Sarà egli stesso infatti a inviare una lunga lettera di autopresentazione a Ludovico il Moro, che tenendo conto delle aspirazioni politiche del destinatario e anticipandone addirittura le richieste, ci documenta in modo straordinario la vastità degli interessi di un artista giovane e innovatore. Attraverso dieci punti Leonardo enumera le proprie capacità di artefice in tempo di pace e di guerra. Se i primi nove riguardano esclusivamente opere di ingegneria militare nell’ultimo il toscano menziona capacità più propriamente artistiche:

In tempo di pace credo satisfare benissimo a paragone de omni altro in architectura, in composizione di edificii publici et privati, et in conducer acqua da uno loco ad uno altro. Item, conducerò in scultura di marmore, di bronzo et di terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare ad paragone de omni altro, et sia chi vuole. Item si poterà dare opera al cavallo di bronzo, che sarà gloria immortale et aeterno onore de la felice memoria del Signore vostro patre et de la inclita casa Sforzesca.

Nonostante le grandi speranze dell’artista non trovino, almeno in primo tempo, adeguata risposta, l’ambiente milanese stimola in Leonardo interessi tecnici e scientifici che danno origine all’imponente corpo di annotazioni e manoscritti.

LA MIA VITA CON LEONARDO AUTORE: Pinin Brambilla Barcilon ANNO PUBBLICAZIONE: 2015 PREZZO: 19,90 EURO EDITORE: Electa IN LIBRERIA:24 febbraio 2015 PAGINE TOTALI: 128 ILLUSTRAZIONI: 12 LINGUA: italiano

LA MIA VITA CON LEONARDO
AUTORE: Pinin Brambilla Barcilon
ANNO PUBBLICAZIONE: 2015
PREZZO: 19,90 EURO
EDITORE: Electa
PAGINE TOTALI: 128
ILLUSTRAZIONI: 12

Il pittore inoltre affianca a questa ampia sperimentazione tecnica uno straordinario interesse al significato vero e profondo dei soggetti commissionati, che lo conduce (fin dall’Adorazione dei Magi), a rinnovare totalmente e profondamente l’iconografia. La sua opera più significativa in tal senso, dove la sperimentazione tecnica si unisce ad un nuova iconografia, è sicuramente l’Ultima cena dipinta, per Ludovico il Moro (tra il 1495 e il 1497), su una delle pareti minori del refettorio nel convento domenicano di Santa Maria delle Grazie. L’opera che apparve già ai suoi contemporanei aprire un nuovo corso della pittura (prova di ciò sono le numerose copie eseguite nell’arco dei pochi decenni successivi), risultava già ampiamente deteriorata nel 1517. La particolare tecnica sperimentata da Leonardo, in sostituzione di quella dell’affresco che l’artista non gradiva, è la ragione dell’attuale condizione conservativa, accentuata da numerose e ripetute ridipinture nel corso dei secoli, modificazioni strutturali della parete e danni dovuti all’ultimo conflitto mondiale che hanno portato alla quasi totale distruzione del refettorio.  La volontà di Leonardo di non abbandonare nemmeno sul supporto murario la tecnica della sfumatura dei contorni, che favorisce la sensazione di moto delle figure e la realistica difficoltà di percezione dei colori, insieme alla scelta di inserire vistuosisitici brani di natura morta nella composizione generale, contrari ad una stesura ampia e veloce tipica del buon fresco, lo porta alla scelta (ahinoi fatale) di dipingere a secco utilizzando una tempera molto grassa su una preparazione gessosa. Le due sostanze, a causa della grande umidità della sala del convento milanese, hanno inevitabilmete reagito, rendendo sempre più incosistente la pelliccola pittorica che, già negli anni immediatamente successivi, ha iniziato a creparsi e a cedere a causa della pressione del sottostante intonaco, gonfio d’acqua. 

Come già accennato, nei secoli il capolavoro di Leonardo è stato ampiamente ritoccato e rimaneggiato, per fermare quel declino che sembrava portare l’opera, con sempre più velocità, verso la sua definitiva sparizione. L’accanimento teraupetico perpetrato ai danni dell’opera muraria a volte è stato così forte e invasivo da risultare quasi una nuova stesura pittorica che si è irrimediabilmente unita, in un corpo indistinto e complesso, all’originale film pittorico quattrocentesco, senza comunque minimamte fermare il decadimento dello stesso.

Giovanni Donato Montorfano, Crocifissione, 1495, affresco, Milano, Santa Maria delle Grazie.

Giovanni Donato Montorfano, Crocifissione, 1495, affresco, Milano, refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.

Nel 1977 Pinin Brambilla Barcilon è a lavoro sulla grande Crocifissione di Giovanni Donato da Montorfano, l’affresco che fronteggia il Cenacolo del pittore vinciano sulla parete opposta del Refettorio. Una grande opera ad affresco, realizzata con particolare maestria da un ottimo pittore lombardo, caratterizzata da una straordinaria aderenza ai dettami della tradizione (suddivisione in giornate, incisione per le zone architettoniche e i contorni dei manti, utilizzo della corda per definire gli spazi e gli ingombri) e in stretto dialogo con la sua dirimpettaia, che proprio in quegli anni inizia a mostrare “alcune minutissime cadute del film pittorico”.

Inizia qui il complesso e lungo rapporto tra Pinin Brambilla Barcilon e Leonardo oggetto del piccolo (128 pagine) ma ricchissimo testo edito da Electa e scritto con grande bravura dalla nota  restauratrice milanese esperta di pitture murali e che in seguito contribuirà (solo per citarne uno) anche al complesso intervento sugli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Un racconto di un restauro che iniziò proprio nel 1977 per volontà dell’allora sovrintendente Franco Russoli e che si protasse per circa 20 anni, donando un nuovo volto all’opera leonardesca, redendo più evidenti o visibili brani di straordinaria bellezza (come i ricami della tovaglia, i pani, i riflessi degli abiti degli apostoli sui piatti di peltro, gli spicchi di arancia, i bocconi di pesce e di carne) e salvandola dall’oblio.

Un intervento lungo, irto di ostacoli e dubbi che inizia non come ci si aspetterebbe: “devo confessare” scrive Brambilla Barcilon “che l’impatto visivo fu per me completamente negativo: non riuscivo a capire la materia, era un ammasso di grumi, disseminata di piccole zone chiare là dove era caduta la superficie dipinta. Visto da lontano il complesso stava in piedi, ma a pochi centimetri di distanza la materia pittorica risultava pasticciata, infelice (…)”. Si decise quindi di avviare un intervento affiancando fin dalla prime valutazioni il Comitato di Settore del Consiglio Nazionale per i Beni Culturali, di cui facevano parte Giovanni Romano e Cesare Brandi direttore dell’ICR che aveva realizzato il precedente intervento di conservazione tra il 1947 e il 1954 sotto la direzione di Pelliccioli. Il primo campione di pulitura sull’abito di Simone riuscì a convincere anche Brandi fino a quel momento contrario ad ogni tipo di intervento, convinto che oramai non vi fosse più nulla dell’originale mano di Leonardo.

Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1494-1498, pittura a tempera su muro, Milano, refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.

Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1494-1498, pittura a tempera su muro, Milano, refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.

Partendo dalle lunette (1980-82) si iniziò un restauro complesso, caratterizzato da numerose, quanto sterili e pretestuose, polemiche metodologiche (impossibile non citare James Beck ricordato  anche dalla stessa restauratrice in una sua intervista alla Treccani), dalla scelta di mantenere la sala sempre aperta al pubblico (dovendo così lavorare sotto gli occhi di visitatori che chiedevano alla restauratrice di spostarsi) e dalla continua e impressionante pressione mediatica.

Con una scrittura sempre delicata e piacevole la restauratrice ci porta all’interno del complesso cantiere condotto sotto l’ala protettiva di Carlo Bertelli, spaziando da aneddoti e racconti (come le viste della regina Elisabetta e dell’imperatrice del Giappone o la preoccupazione per i suoi occhi da parte del Principe Carlo e della consorte Diana) fino a descrizioni più tecniche delle superfici pittoriche o delle mille difficoltà nel reperire i fondi necessari, con il conseguente salvifico arrivo di Olivetti.

Attraverso nove capitoli, Pinin Brambilla Barcilon ci regala un piccolo libro ricco di significato, non banale e illuminante. Pone in luce con la propria esperienza le buone pratiche oggi perdute di quello stretto rapporto tra storici dell’arte, direttori museali, sovrintendenti e restauratori che tanto bene faceva (e farebbe) al sistema culturale del paese oggi ridotto ad uno scontro tra poveri.  Evoca la grande storia del restauro italiano e le sue figure professionali di alta formazione e grande esperienza sul campo, in una nazione che non faceva le gare al ribasso aprendo alle impreparate imprese edili ma che valorizzava merito e formazione. Un testo, “La mia vita con Leonardo“, dedicato sia ad un pubblico specialistico, interessato a ripercorrere velocemente le tappe del restauro senza dover ricorrere al memorabile volume del 1999 (di cui consiglio comunque la lettura), ma anche rivolto ad un pubblico meno esperto eppure appassionato della vera storia dell’arte e del vero Leonardo, scevro da qualsiasi stupida ricostruzione favolistica alla Dan Brown e descritto nel suo vero valore (bellissimo in questo ambito il penultimo capitolo intitolato “Gli occhi, la mente e le mani su Leonardo. La mia visione del Cenacolo“).

Nata nel 1925, avviata al restauro da Mario Pelliccioli e Piero Portaluppi durante gli anni della facoltà di architettura, restauratrice della Pala di Montefeltro di Piero della Francesca e di cicli pittorici e opere di Giotto, Masolino, Pollaiolo, Filippino Lippi, Crivelli, Mantegna, Lorenzo Lotto, Gentile e Giovanni Bellini, Brinzino, Bramante, Caravaggio, Tiziano, Tiepolo, Lucio Fontana, Man Ray e Carlo Carrà, Pinin Brambilla Barcilon, la signora del Cenacolo, è riuscita in un’opera unica che si credeva impossibile, ha restituito ad una visione straordinaria un capolavoro unico, frutto di una straordinaria inventiva e di una continua rielaborazione, risultato dello scontro tra libertà tecnica, effetti pittorici e esigenza di conservazione nel tempo. Un bel racconto che andava raccontato e che adesso (sopratutto tra i miei colleghi studenti) deve essere letto.

A presto


FOTO DI COPERTINA: Leonardo da Vinci, Ultima cena, particolare: Cristo, 1494-1498, pittura a tempera su muro, Milano, refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie

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1 Comment

  1. Filippo 30 dicembre 2015 Reply

    grazie della segnalazione, inserito nei prossimi acquisti.

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