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Vicenza: la Storia dell’arte e il narcisismo di Marco Goldin.

Nel 1985 il grande Renzo Arbore, insieme all’autore televisivo Ugo Porcelli, idea un nuovo programma per quello che all’epoca bastava chiamare “il secondo canale”: Quelli della notte.
Di una semplicità disarmante, ma di una potenza sociale deflagrante, il programma (che venne trasmesso dal 29 aprile al 14 giugno 1985) intervallava a scherzi e sketch comici (memorabile Nino Frassica con fra’ Antonino da Scasazza) brani musicali scritti dallo stesso Arbore ed eseguiti in massima parte dalla New Pathetic Elastic Orchestra. L’obiettivo satirico del programma era ovviamente quella moda tipicamente italiana di fine anni settanta del salotto televisivo, “spesso vacuo raccoglitore di chiacchiere senza costrutto, in un maldestro assortimento dei più svariati personaggi che dicono la loro, a ruota libera, su qualunque argomento”. E proprio a ciò si riferiva anche la sigla, che attribuiva ad artisti e poeti citazioni assurde e ironiche, in un ritmo tanto facile e divertente da rimanere nella memoria collettiva anche di chi, proprio come lo scrivente, non vide mai il programma (essendo nato nel 1991).

Evidentemente tra il pubblico che rese “Quelli della notte” un programma cult degli anni ottanta c’era anche l’allora ventiquattrenne Marco Goldin (nato a Treviso nel 1961), che deve essere rimasto fulminato dall’ironica idea di Arbore e dalle parole di quella memorabile sigla.

«Lo diceva Neruda che di giorno si suda – Ma la notte no! Rispondeva Picasso, io di giorno mi scasso – Ma la notte no!»

Queste parole devono essere rimaste impresse a fuoco nella mente del nostro commerciante (difficile sarebbe considerarlo un critico e altrettanto un curatore), tanto da portarlo (circa 30 anni dopo) a concretizzare quello che lui stesso ha definito in conferenza stampa un progetto sentito e (ahinoi) profondamente pensato dedicato alla notte. E così lo scorso 24 dicembre 2014 il nefasto evento si è abbattuto su di noi e il re mida delle esilaranti mostre show del triveneto, il “pannellatore” folle della Basilica Palladiana, l’oscuratore delle finestre del Palazzo della Gran Guardia, l’auto-citatore provetto, il mago dei bookshop (al secolo Marco Goldin) ha inaugurato l’ultima blasonata mostra della sua fornace demoniaca di esposizioni chiavi in mano e soldi in portafoglio (il suo).

Affascinato dall’idea che la notte avesse a sua volta sicuramente “affascinato” qualcun altro oltre a se stesso e alla sua gloriosa mente, con il plauso (forse meglio definirla connivenza) del Comune di Vicenza e non solo, Linea d’Ombra ha portato sotto la grande volta della basilica palladiana un centinaio di opere che a detta del “curatore” rientrerebbero nel grande calderone della notte intesa come fatto fisico/visivo, come metafora di uno stato d’animo, come “immagine di uno spazio che è vicino e lontano al tempo stesso. Immagine della realtà e del dissolversi di quella stessa realtà. Racconto e annullamento del racconto, nuovamente realtà che si spinge oltre la realtà.” (come scrive lo stesso Goldin in un comunicato stampa criptico e onirico).

Per riuscire però a comprendere appieno il grande calderone vicentino bisogna operare una attenta analisi del titolo dell’esposizione: “Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento“. Un titolo corposo per una esposizione che, come commenterebbe una mia cara amica, è tutta “fuffa”.

È nei titoli infatti che Goldin esprime tutto il suo straordinario spirito di venditore. Come il Gatto e la Volpe di Collodi, abile destreggiattore di parole, il permaloso speculatore trevigiano non ha paura di mettere in evidenza tutta la mancanza di didattica, studio e ricerca nei sui titoli particolarmente accattivanti (questo devo ammetterlo).

Tre grandi nomi che hanno come unico scopo quello di essere specchietto per (mi si permetta di dirlo senza alcuna offesa) sprovveduti consumatori che non particolarmente afferrati in materia, vogliono giustamente arricchirsi attraverso un tanto declamato evento culturale. Peccato però che se di Van Gogh sono effettivamente sparse in mostra quattro opere (tre in una sezione e una in quella conclusiva) e altre tre rappresentano l’osannato nome di Caravaggio, nessun opera presenzia nelle prime sale in rappresentanza del tanto declamato Tutankhamon, se non per una riproduzione della testa del giovane faraone. Ma di ciò in effetti non c’è da stupirsi. Lo stesso Goldin nel corposo catalogo, vero collante di tutto questo assurdo elenco telefonico di opere, nel capitolo dedicato alla prima sezione intitolata “LA NOTTE SEGUE IL FIUME. GLI EGIZI E IL LUNGO VIAGGIO” scrive:

Devo fare una confessione, e farla proprio qui, all’inizio di questo capitolo (sezione 1 della mostra, ndr). È venuto un momento, nella preparazione di questa mostra, in cui qualcosa è cambiato. O meglio, si è aggiunto. È diventato un nuovo inizio. Ho avuto il bisogno di approfondire un lato della notte, un suo confine, che fino ad allora era detto solo con gli esempi della pittura. Quel bordo di buio che fa diventare la notte veramente eterna. Qualcosa che ha a che fare con l’assenza, con il viaggio, il viaggio verso un altrove.”

Traducendo la poeticità della scrittura romanzesca di Goldin, possiamo dire che improvvisamente il curatore, cioè egli stesso, o si è reso conto che mancava una premessa al suo onirico percorso personale nella storia dell’arte in notturna o il caro vecchio Museum of Fine Arts di Boston (prestatore o meglio dire locatario solito per Linea d’ombra) metteva in offerta, per un prezzo irrisorio oltre a quello già concordato per i dipinti, 22 pezzi tra sculture e oggetti della propria collezione egizia. Perché allora non approfittare? Peccato però che, come ci fa notare in maniera attenta e saggia Pino Dato nel Numero 6 di Quaderni Vicentini, i reperti, principalmente statuette, alabastri, granodiorite, gneiss, pietra nera, gesso dorato, quarzite e calcare, sono quasi tutti del cosiddetto Medio Regno e della XX dinastia, periodo ben diverso dalla XVIII dinastia e del Nuovo Regno a cui appartiene Tutankhamon. Ma a Goldin poco frega se c’è un grave errore storico e ancora meno frega se nulla centrano con il tema della notte un vasetto rituale, una chiave della vita, un rotolo di papiro, un bastone da lancio in miniatura e la riproduzione (ovviamente moderna) della testa di un sovrano assolutamente non collegato agli oggetti appena citati. Al re dei commercianti (ottimo commerciante anch’egli) interessano i denari e il nome del giovane regnante, riscoperto da Edward Carter nel 1922, porta tanti visitatori ammaliati dal mistero del faraone bambino.

I titoli delle esposizioni temporanee dovrebbero essere limpido specchio del proprio contenuto, ma ancora una volta Goldin dimostra che contravvenire a questa muta regola sia diventata una malsana abitudine nel panorama italiano. Così, ad aiutare un titolo che a questo punto potremmo addirittura definire ingannevole e falso (non essendo presente nessun vero reperto appartenente a Tutankhamon), arriva un sottotitolo tanto ricco di aspettative da risultare addirittura ironico e grottesco: “La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”, come a dire: “mummie o mignotte, purché sia di notte“. Ironico e grottesco perché se risulta già di estrema difficoltà la trattazione del tema del notturno nelle espressioni artistiche attraverso uno scritto teorico (che non movimenta le opere, ma le connette tra loro attraverso riproduzioni fotografiche), praticamente impossibile è affrontare un tema così vasto attraverso una mostra temporanea. Ammesso poi che si decida di avventurarsi in una così grande impresa, l’esposizione sarebbe ovviamente anticipata da una lunga ricerca, talmente vasta da risultare impossibile alle forze di un solo uomo, che sarebbe difatti affiancato da un comitato scientifico, a sua volta composto (visto il tema) dai più grandi e riconosciuti storici dell’arte del pianeta.

Ma alla base di queste mie ipotesi risiede sempre la volontà si realizzare un progetto serio, che si possa definire pienamente culturale e che rientri a pieno titolo nelle metodologie scientifiche di ricerca della Storia dell’arte. Alla base dei pensieri goldiniani però, nulla di tutto ciò è riscontrabile. Nessun progetto di ricerca, nessun comitato scientifico, nessuno storico dell’arte (e con storico dell’arte intendo studiosi riconosciuti non semplicemente laureati in materia), nessuno studio, nessuna volontà didattica, nessuna cultura risiedono nelle fondamenta del catafalco funebre alla memoria della storia dell’arte che la mostra vicentina è in sostanza. Solo Goldin firma un lunghissimo ed surreale catalogo creato appositamente per giustificare un raduno indiscriminato di manufatti frutto di secoli di evoluzione della società umana. Un catalogo in cui senza vergogna alcuna Goldin, autore, scrittore e poeta visionario esprime come “sente all’interno del suo animo, la sera e la notte attraverso le opere di quello o questo autore” affermando: “non posso quindi nascondere come questa mostra sia, o possa essere anche , una pagina di diario della mia vita”.

Tradotto per noi comuni mortali, che l’italiano lo utilizziamo privo di tanti inutili barocchismi di cui invece il catalogo dell’esposizione è pieno, l’evento della Basilica Palladina non è una mostra di Storia dell’arte, è l’esposizione di come la notte e le rappresentazioni artistiche dalla stessa sono viste e lette da Marco Goldin. La morte della Storia dell’arte insomma. La morte del pensiero individuale che ogni autore inserisce all’interno di ogni sua singola opera. La morte delle metodologie scientifiche di una materia che possiede un rigore così come la storia, la letteratura, la matematica o l’ingegneria. L’arte, di cui anche noi siamo proprietari e responsabili, piegata alle volontà egocentriche ed auto-esaltatorie di un singolo, piegata per illustrare il suo pensiero in un grande show in cui sia culturalmente che economicamente (tutti gli introiti della mostra sono riservati a Linea d’ombra mentre le spese di gestione, sorveglianza, pulizia, allestimento al Comune) la città di Vicenza, la comunità scientifica e il grande pubblico, nulla guadagnano. Un’esposizione che diventa (mi si perdoni la ripetizione della similitudine) spettacolare catafalco funebre della vera cultura, ma allo stesso tempo enorme monumento al narcisismo di un presunto curatore.

Se già così la situazione culturale italiana somiglia (o forse è) un disastro apocalittico, fa ancora più male vedere e leggere come ciò che dovrebbe logicamente essere l’apice tra le migliaia di negatività riscontrabili in questo evento, venga esaltato come elemento di assoluta positività. E così Caterina Stringhetta sul suo ART POST BLOG arriva a scrivere:

“Di solito si va a vedere una mostra o un museo per ammirare dei capolavori, studiare da vicino un artista, capire qualche cosa in più sui motivi e sul contesto storico che hanno portato alla creazione di un’opera. Se cercate una mostra di questo tipo qui, a Vicenza, non la troverete! Questa mostra è un viaggio alla scoperta di Marco Goldin, del suo sentire la notte come un luogo dello spirito e vi troverete per forza a domandarvi il perché di certe sue scelte (…)”.

E infatti ce lo chiediamo, perché? Perché mai le opere di numerosi musei statali italiani (cioè della collettività, cioè anche nostre) come il doppio ritratto di Giorgione del Museo nazionale del Palazzo di Venezia o il Narciso di Caravaggio della Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini devono essere utilizzate per una mostra che ci porta “alla scoperta di Marco Goldin”? Perché la storia dell’arte deve piegarsi, perdendo di qualsiasi valore morale e riducendosi a sterile piacere per gli occhi, per l’esaltazione di un singolo narcisista curatore, a favore del suo portafoglio? Ma spero non rendendosi conto Caterina continua, e dopo aver citato una frase di Goldin che fa accapponare la pelle (“Io non so se esiste un modo oggettivo e perfetto di creare una mostra. Non lo so e non mi interessa. Cerco piuttosto la singolarità, l’eccezione. Il fermarsi e il sentire la pressione che su di me fa la vita“) afferma:

“Questa mostra è speciale e deve essere vista, perché qui Goldin definisce un nuovo modo di essere curatore, rivendica il diritto di realizzare mostre di successo e che non pretendono di insegnare nulla oppure di scoprire nuovi aspetti della storia dell’arte.”

Goldin rivendica cioè il diritto di divulgare l’ignoranza. Rivendica non un nuovo modo di essere curatore, ma un nuovo modo di essere commercianti, di ridurre le opere pubbliche a mezzo di guadagno personale, senza la fatica di un progetto scientifico serio che porterebbe via soldi e tempo. Rivendica il diritto di essere il centro di una riunione di opere con accostamenti forzati o erronei, dove la notte o la sera viene ricercata a tutti i costi. Rivendica il diritto di realizzare cose che non sono mostre, perché le mostre in se hanno il salvifico seme della didattica. Goldin e chi lo appoggia difendono la sterilità, la volontà di mostre volutamente prive di senso che gettano negli occhi degli spettatori (ore diventati consumatori) la polvere di una operazione pseudo-culturale che in realtà in nulla ha arricchito moralmente un pubblico passivo. Usando le parole di Adorno in Minima moralia del 1951, la macchina di Goldin “piomba sullo spettatore come il direttissimo ripreso frontalmente nell’atto di massima tensione”. Il tono è quello della strega che somministra il cibo ai piccoli che intende ammaliare o divorare con la raccapricciante litania: “Buona la minestrina, ti piace la minestrina? Ti farà tanto, tanto bene!

E a tutto ciò si aggiunge anche Alessandro Zangardo che sul Corriere del Veneto ha l’ardire di considerare  “boicottaggio” la scelta saggia e legittima di un gruppo di professori del Liceo Pigafetta di Vicenza, di non accompagnare le proprie classi alla mostra, considerando addirittura “oscurantiste” le posizioni dei docenti che hanno invece impartito una straordinaria lezione di autonomia critica ai propri studenti (visto anche il fatto che sarebbe stato impossibile smontare intellettualmente l’evento nelle stesse sale della Basilica, così come invece consigliava il giornalista, essendo vietata qualsiasi guida non dipendente dall’organizzazione).

Proprio come nel programma di Arbore del 1985, la mostra ospitata nella Basilica Palladiana, è il salotto scenario di un vacuo raccoglitore di elucubrazioni senza costrutto, in un maldestro assortimento di opere che prese singolarmente possono essere considerati veri capolavori, ma che insieme vengono sviliti del loro straordinario valore in una operazione meramente commerciale.  Tante sono le differenze che intercorrono tra quel salotto televisivo e quello della mostra vicentina. Quelli della notte hanno segnato per sempre il modo di ridere degli italiani, con una comicità surreale e sopra le righe. Quello della notte, alias Goldin e la sua Linea d’ombra (mai nome fu più azzeccato) hanno sfregiato violentemente il modo e il valore della Storia dell’arte. La forte componente ironica di Arbore e dei suoi, faceva spegnere il televisore con le lacrime agli occhi. Anche dalla mostra di Goldin si esce piangendo. E posso assicurare, non sono lacrime di gioia.

A presto

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9 Comments

  1. Lavinia 10 marzo 2015 Reply

    Ciao, non sono d’accordo con questo articolo. Tutti a criticare sempre e comunque Goldin. Io stessa lo criticai (ammetto) più volte in passato per le sue mostre, in particolar modo per quella allestita a Bologna lo scorso anno su Vermeer. Non mi piacciono, è vero, alcuni aspetti negli allestimenti di Goldin come, per esempio, i lunghi temi a volte ricchi di parole, ma senza voler dire nulla di concreto alla fine, che colloca a fianco delle opere in esposizione. Questi però sono gusti personali. Una cosa però vorrei dire: qual’era lo scopo della mostra Tutankhamon? Portare la gente fuori di casa per vedere una mostra. Ci è riuscito? Sì. E’ aumentata la percentuale di prenotazioni in alberghi, ristoranti ecc a Vicenza? Sì, decisamente. E’ riuscito a far rivivere la Basilica Palladiana da molto tempo rimasta all’ombra? Sì. E perché le sue mostre attirano? Perché sono fruibili anche a coloro che non sono del settore, a quelli che non gli interessa più di tanto se a fianco a Caravaggio c’è un Bacon (per dire). Ha fatto una grande campagna di marketing: e che problema c’è? Bravo lui che a differenza di molti altri che pensano di creare delle mostre d’elite è riuscito a portare molta gente comune fuori di casa la domenica, il sabato e a quanto risulta dall’enorme quantità di scontrini emessi dagli esercizi commerciali vicentini durante le sue mostre, pure durante gli altri giorni della settimana. Il fine giustifica i mezzi? Bah, non sempre vero, anzi. Ma credo che la “maniera di Goldin” sia un chiaro esempio di come una mostra possa ottenere risultati positivi nonostante gli “invidiosi” (perché sono convinta sia questa la motivazione) umanisti che invece di proporre una maniera alternativa di fare le cose, pensano solo a criticare. So che mi si contesterà questo modo di vedere le cose, ma una provocazione lancio (e non me ne voglia Lionello Puppi, che ammmiro assolutamente, il quale tuttavia è stato uno dei tanti che ha criticato le “goldinianate”). Se si intervista qualsiasi persona (non del settore) e gli si chiede: qual è l’ultima mostra di Lionello Puppi che avete visitato? Nessuno lo sa e forse nessuno di loro ci è mai stato. E davvero, non ho nulla contro quel pozzo di scienza che è Puppi, sia chiaro, è solo il primo che mi è venuto in mente che so aver criticato Goldin. Scusate la provocazione, ma io su questo ci ho riflettuto molto e posso dire che Goldin ha e ha avuto un grande merito: quello di aver diffuso un po’ più di curiosità verso l’arte. Chi vi parla è una laureata in Storia dell’arte.

    • Author
      Romeo Pio Cristofori 10 marzo 2015 Reply

      Carissima Lavinia,

      ti risponderò punto per punto per chiarire ogni sfaccettatura di questa mia lotta senza quartiere contro Marco Goldin (in quanto curatore) e le sue mostre. Il mio non è un odio verso la persona, ma verso un modo assurdo e maligno di realizzare mostre. Per prima cosa questa tua critica all’allestimento che non posso non condividere. All’interno delle sale il nostro “amato” curatore non fa altro che realizzare un “copia e incolla” di lunghi estratti del proprio catalogo, senza realizzare una minima e logica sintesi che possa favorire una comprensione più agevolata di una mostra che risulta, già ad una velocissima analisi, di difficile comprensione (siccome non rispecchia la VERA storia dell’arte ma l’idea personalissima e discutibilissima di un laureato in Storia dell’arte). L’assoluta mancanza di serietà e progetto scientifico rende impossibile riassumere le oniriche, romanzesche e assurde pagine degli scritti Goldiniani.

      Vorrei ora rispondere però alle tue domande con particolare precisione: qual’era lo scopo della mostra Tutankhamon? Chissà! Se quella esposta non è una effettiva ricerca all’interno del tema del notturno (lui stesso lo dichiara più volte), ma una personalissima analisi di un qualsiasi uomo che ha l’ardire di spostare opere concesse in affitto (attenzione non in prestito), per realizzare elenchi di lodevoli opere, allora direi che l’obiettivo della mostra è quello di realizzare un evento che, così come un concerto, porti guadagno al solo Goldin. Detto con maggiore semplicità, lo scopo è quello di un lauto tornaconto personale.
      E’ riuscito a portare le persone fuori casa? Certo che si. E’ aumentata la percentuale di prenotazioni in alberghi, ristoranti ecc a Vicenza? Possiamo parlarne. E per farlo le cito le parole, che potrebbero essere benissimo le mie, tratte da un articolo intitolato: “TUTANKHAMON. IL DEBITO DI GOLDIN,LA CITTÀ OBBEDISCE, LUI GUADAGNA” pubblicato sul numero 6 di Quaderni Vicentini: “Facendo un rapido giro in centro storico la sensazione è nettamente diversa da come viene disegnata. Alcuni bar storici hanno chiuso, il bar Commercio ad esempio, altri non hanno riaperto malgrado la mostra, la Meneghina ad esempio. Molti esercizi hanno contratti d’affitto temporanei e sono destinati a cambiare prodotto e categoria merceologica per sopravvivere. Molti commercianti, in centro, si passano il testimone di sei mesi in sei mesi. La auspicata rivoluzione turistica non si è vista. Vicenza continua a non essere minimamente città turistica in senso commerciale. Il centro storico (d’inverno è quasi una tradizione) è quasi deserto per lunghe ore nella giornata.(…) Domandate a quei pochi ristoranti che ci sono nel gioiello palladiano quanti clienti hanno visto in più nell’ultimo mese. Una città turistica, caro sindaco, ha ristoranti, luoghi di ritrovo, diffusi. Vicenza non li ha.” E in effetti io stesso posso confermare che durante le settimane lavorative, ma anche in quelle festive, ben pochi sono i luoghi adatti ad una ristorazione turistica, ma sopratutto che le presenze negli alberghi sono state irrisorie in quanto la fascia di pubblico su cui Goldin punta è quella del Triveneto che si sposta in giornata nella cittadina veneta senza lasciare particolare ricchezza sul territorio.
      E’ riuscito a far rivivere la Basilica Palladiana da molto tempo rimasta all’ombra? Anche qui devo purtroppo dissentire sulla sua risposta. La basilica prima che venisse svenduta gratuitamente alle mostre Goldiniane è stato oggetto di un lunghissimo e complicatissimo intervento di restauro. Difficile è affermare che prima fosse nell’ombra se era chiusa per manutenzione e ancora più difficile è affermarlo visto che non ci sono state altre possibili proposte di valorizzazione precedenti a Goldin.
      Perché le sue mostre attirano? Non certo perché sono più semplici di altre. Assolutamente no. Come i film o i libri le mostre hanno diversi livelli di lettura. Un visitatore con un livello culturale più elevato si avvicinerà e noterà maggiormente alcune scelte curatoriali, un’altro invece non afferrato in materia, vivrà la mostra ad un livello più superficiale, ma non per questo meno arricchente o con più difficoltà.
      Il motivo delle straordinarie fila all’esterno della Basilica è puramente uno: LA PRESSANTE, OPPRIMENTE E ONNIPRESENTE PUBBLICITà. Goldin è uno straordinario commerciante e venditore. Questo non l’ho mai negato. Dovrebbe gestire gli uffici stampa di moltissime mostre italiane. La pubblicità degli eventi di Linea d’ombra è ovunque! In allegato a quotidiani nazionali, come pubblicità sulla stampa locale e “specialistica”, sulle confezione dei Bibanesi (grissini, per chi non li conoscesse), negli schermi dei negozi Coin (specie per le esposizioni precedenti), sui prodotti alimentari veneti etc etc. Questo perché? Perché Marco Goldin ha un grande budget da investire nella comunicazione del cosiddetto “evento”. E perché ha un così grande budget? Semplice! Goldin non deve pagare ricerca, quindi storici dell’arte che per anni studiano e organizzano, non deve chiedere determinate opere per fornire un senso ad un progetto scientifico ben studiato (opere a volte molto delicate, spostate in via eccezionale solo in virtù di un importante studio critico e scientifico). Il curatore trevigiano, con una operazione che ha del demoniaco, raccoglie le opere in base alla loro disponibilità e prezzo di affitto e solo dopo le unisce con un tema (quasi sempre attraverso voli pindarici). Una operazione che porta un notevole risparmio di spesa e un considerevole aumento degli introiti.

      Non c’è (come ho detto più volte) nessuna colpa nell’essere ottimi venditori, anzi! Ma non si può vendere l’arte, guadagnando a spese della comunità, distruggendo anni di ricerca, trattando grandi capolavori come carta igienica utile solo ad arricchire un singolo?

      Per ultima, una piccola precisione su questa maledetta INVIDIA che torna nuovamente come unica risposta ad articoli contrari. Troppo spesso (non è, in parte, il suo caso), di fronte ad accurate critiche e dettagliati resoconti, i difensori di Goldin non rispondono, (io credo perché assolutamente sprovvisti di motivazioni) ma attaccano accusando gli accusatori (mi perdoni il gioco di parole) di essere invidiosi e, posizionandosi dalla parte di presunti difensori dell’arte per tutti, li si taccia di elitario culturale. Ora la domanda nasce spontanea: che arte per tutti è se opere solitamente esposte per prezzi irrisori o addirittura gratuitamente nei musei della nostra amata NAZIONE vengono sballotate in mostre il cui ingresso e subordinato al pagamento di biglietti esosi e indiscriminati? Che arte pura e alla portata di tutti è se viene “pulita” da ogni vero e originale significato e piegata per illustrare la personalissima (e attaccabile) idea di un curatore che si pone PRIMUS INTER (presunti) PARES come grande maestro-docente senza dibattito o studio?
      Tanto, forse troppo, questo piegare l’arte per fini personali ricorda le mostre dell’era fascista in cui le opere venivano utilizzate per esaltare il genio italico e non per creare vera storia dell’arte.

      Davvero Goldin ha diffuso la curiosità verso l’arte? Davvero? Glielo chiedo perché i musei della vicina Venezia sono visitati da rari e stanchi turisti (in maggioranza stranieri) e quelli civici di Vicenza sono praticamente deserti (nonostante un grande restauro). Personalmente credo solo che alla fine di questa storia vergognosa il bilancio di Linea d’Ombra (società privata) sia sempre più in attivo e quello comunale dedicato alla cultura sempre più in rosso.
      Mesi fa il presidente della Biblioteca Bertoliana, Giuseppe Pupillo, aveva chiesto un circostanziato finanziamento del comune perché la Biblioteca – vero patrimonio della città – ha bisogno di spazi e di strutture nuove e rinnovate. Variati gli ha risposto che, purtroppo, non c’era un euro. Pupillo doveva pazientare. Variati, che i conti li sa fare, sapeva bene che il milione e 400 mila euro della Cariverona era già di Goldin. Fine del discorso. Fine delle finanze.

  2. Caterina (Kate's) 24 marzo 2015 Reply

    Sono stata citata nel post e mi sento in dovere di replicare!

    Tutti hanno diritto ad una loro opinione e una mostra può piacere o non piacere, ma condurre una lotta contro un singolo curatore sembra quasi un fatto personale.
    Scrivi “Perché la storia dell’arte deve piegarsi, perdendo di qualsiasi valore morale e riducendosi a sterile piacere per gli occhi, per l’esaltazione di un singolo narcisista curatore” e la prima risposta spontanea che mi viene da dare è che nessuna mostra è un percorso oggettivo su un artista, movimento artistico o raccolta di opere d’arte.
    Nessun curatore realizza mostre senza metterci il suo sguardo personale. E’ impossibile!
    Il curatore ha una sua opinione, un suo gusto personale e si riflette per forza in una mostra e nelle sue scelte espositive.
    Nel contemporaneo la soggettività del curatore è data per scontata, ma capisco che sono passati più di quarant’anni da “Live in your head. When attitudes become form” di Harald Szeemann.
    Era, infatti, il 1969 quando al Kunsthalle di Berna andava in scena la mostra che cambiò il significato del termine “curatore”.
    Lo scopo di quella mostra era quello di cambiare il modo di vedere l’arte e portare l’atto curatoriale su un piano superiore al processo espositivo.Le conseguenze di quella mostra furono sconvolgenti per l’arte contemporanea e hanno permesso a Massimiliano Gioni di realizzare forse la più bella Biennale di Arti Visive a Venezia nel 2013.
    Una Biennale dove “il curatore” ha dato la sua visione del mondo e dell’arte, selezionando le opere e gli artisti che potevano creare il suo discorso sul collezionismo e il significato dell’immagine agli inizi del nuovo millennio.

    Tornando a Goldin.
    Tra gli storici dell’arte antica e moderna non c’è stato ancora una personalità in grado di fare il salto di qualità e di passare dalla mostra di ricerca all’esposizione che parli all’animo dell’uomo contemporaneo.
    Non fraintendermi! Sono bellissime le mostre di ricerca, quelle che svelano nuovi aspetti storici di un’opera, di un artista, quelle mostre che ti insegnano qualche cosa di nuovo. Ma a queste mostre, pur bellissime, manca qualche cosa.
    E allora c’è Goldin, che mostra dopo mostra sta costruendo percorsi emozionali che portano a il visitatore a guardare un capolavoro di Caravaggio o di Van Gogh con occhi diversi.
    Goldin non mette in mostra le opere come farebbe un qualsiasi storico dell’arte, ma propone un artista e un’opera realizzata 300 anni fa come fosse contemporanea.
    Ecco perché ho apprezzato in questa sua ultima mostra a Vicenza la combinazione tra opere di epoche completamente diverse.

    Il problema per gli storici dell’arte è che tutto questo piace alla gente!
    Piace talmente tanto che chi va ad una mostra di Goldin di solito ci torna, perché “il curatore” è diventato la garanzia che quello che si andrà ad ammirare non sono solo opere, ma capolavori che possono dire ancora qualche cosa alla vita di ciascuno.
    Non è forse questo che rende un’opera un capolavoro? Saper parlare alle persone di epoche diverse, perché portatrici di concetti universali?

    Per quanto riguarda la polemica di quei professori che si sono sentiti in dovere di scrivere una lettera pubblica affermando che non avrebbero portato i loro studenti a vedere la mostra di Goldin.
    Spero che i loro studenti disobbediscano e che vadano per i fatti loro in Basilica Palladiana, se è quello che desiderano. Questa mi sembra una censura e io non le ho mai amate! Se poi la mostra non rientra nella programmazione didattica questo è un altro discorso, ma francamente renderlo pubblico con una lettera mi sembra strumentale!

    In finale, il discorso dei soldi guadagnati da Goldin.
    Chi lavora nel mondo dell’arte, a tutti i livelli, si lamenta da anni che essere pagati è un miraggio e che “gratis” è la costante di ogni contratto. Poi arriva Goldin che si inventa un lavoro, lo fa bene e ci guadagna e c’è chi si indigna perché lui realizza mostre per guadagnarci.
    Mi sembra un atteggiamento schizofrenico e assurdo!
    Se io domani aprissi un negozio di frutta e verdura vorrei, possibilmente, guadagnarci e nessuno si indignerebbe! Perché se Goldin vuole fare una mostra e vuole guadagnarci deve suscitare orrore?

    P.S. grazie per avermi citato nel post assieme ad Alessandro Zangrando. Mi sento onorata perchè lo considero un giornalista bravo, dalla scrittura raffinata. Inoltre del suo blog Neometro (http://neometro.tumblr.com/) non riesco più a fare a meno.
    Io non valgo neanche la metà! 😉

  3. Caterina (Kate's) 24 marzo 2015 Reply

    Ovviamente con l’ultimo esempio non volevo paragonare Goldin ad un fruttivendolo, ma affermare quanto sia assurdo discutere sul fatto che chi lavora dovrebbe essere ovvio che lo fa anche per i soldi.
    Devo ancora conoscere le persone che spendono i loro giorni a lavorare con passione senza fare in modo che ciò diventi il mezzo per vivere… A meno che non si voglia che i curatori siamo una elite di ricchi petrolieri che fanno mostre per passatempo!

  4. Author
    Romeo Pio Cristofori 27 marzo 2015 Reply

    Cara Caterina,
    purtroppo la mia lingua biforcuta e mai stanca, mi spinge a rispondere alla tua risposta in un ciclo vizioso. Non odiarmi, ma credo sia giusto chiarire alcuni piccoli ma fondamentali punti con attenzione e ordine.

    Partirò dalla fondamentale questione della presenza del segno personale del curatore all’interno delle esposizioni. Non posso ovviamente non concordare con la tua seguente affermazione: “Nessun curatore realizza mostre senza metterci il suo sguardo personale”. Vero. Sono però obbligato a farti notare che esiste una considerevole differenza tra una firma personale del curatore all’interno degli schemi metodologici della storia dell’arte e le personalissime (a volte, spesso, addirittura erronee) elucubrazioni mentali di un laureato in materia che non ha operato nessuna ricerca (e con ricerca non intendo la scoperta di un nuovo quadro o di una nuova interpretazione iconografica o iconologica, ma un semplice studio dell’esistente e dei già consolidati contenuti della materia). Diverso è operare delle scelte dettate dal gusto personale del curatore (cosa che peraltro deve essere necessariamente evitata in mostre dedicate all’arte antica e moderna) rispetto al raccogliere, in virtù di un percorso forzato o inesistente, opere in un’unica sede espositiva. In altre parole: un conto è far trasparire in piccolissima parte la propria personalità in un grande progetto e altro invece è mettere al centro di un progetto la propria personalità.

    Il tuo paragone poi con il sistema curatoriale dell’arte contemporanea è a mio avviso piuttosto discutibile. Proprio il fatto che siano passati, come hai detto tu, solamente quarant’anni dalla mostra “Live in Your Head. When Attitudes Become Form (Works – Concepts – Processes – Situations – Information)” organizzata da Harald Szeemann nel 1969 presso la Kunsthalle di Berna ci dovrebbe portare ad allontanare il più possibile questo metodo espositivo dall’arte storicizzata del mondo moderno (ovviamente ben diverso dal contemporaneo).
    Nella mostra di Berna il pubblico era chiamato in causa e non poteva più limitarsi ad una contemplazione passiva. Era, ed è, il pubblico il destinatario di opere basate sulla presentazione (e non più rappresentazione, come sono quelle scelte da Goldin) di processi di idee e materiali, con cui gli artisti tentavano di trasferire nel pensiero di un altro la dinamica delle loro intuizioni.
    Non si può applicare il metodo curatoriale dell’arte contemporanea (non ancora storicizzata e a volte addirittura non minimamente compresa) all’arte moderna! Vorrebbe dire, come accade con Goldin, realizzare mostre dove nulla è incasellato e letto nella giusta maniera, tradendo così i procedimenti metodologici che tanta fatica la storia dell’arte si è creata, ormai indispensabili per riuscire a comprendere le opere in relazione al proprio contesto sociale e storico. Se questo non avviene si tradisce l’arte stessa dandole, come nel caso di Vicenza, chiavi di lettura sbagliate, forzate e discutibili!
    Si arriverebbe così alla discutibile e non certo bellissima Biennale di M.Gioni, dove la presenza curatoriale era così forte da annientare qualsiasi capacità critica del pubblico, con il pericolo però che, a subire questo processi di straniamento culturale di significato e trasformazione del contenuto, non siano le opere di artisti a noi contemporanei, ma quelle storiche e storicizzate in cui affondano le radici della nostra cultura. Potremmo poi commentare il fatto che Gioni, proprio concentrando la sua Biennale su scelte personali forti, abbia esposto principalmente autori morti dando maggior spazio alle idee e come disse Dorfles: “Le idee sono certo molto importanti, ma hanno ben poco a che fare con la Biennale. […] Se Biennale deve essere, deve esserlo biennale delle arti contemporanee. Se la pittura e la scultura sono scomparse tanto vale chiudere la Biennale”. Ma commentare Gioni non è il nostro compito.

    Non sono poi minimamente d’accordo con quanto affermi circa l’assoluta mancanza di una personalità tra gli storici dell’arte modernisti e antichi, in grado di fare il salto di qualità e di passare dalla mostra di ricerca all’esposizione che parli all’animo dell’uomo contemporaneo. Non so quali mostre di arte antica e moderna tu abbia visitato ultimamente, ma gli esempi di curatori che hanno realizzato mostre e progetto museali capaci di parlare non solo all’uomo contemporaneo, ma addirittura alla nuove generazioni, si sprecano. Senza allontanarsi molto, sia cronologicamente che geograficamente, luminosi esempi di ciò sono la mostra “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento” (Palazzo del Monte di Pietà,Padova, dal 2 febbraio al 19 maggio 2013) a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura, che ha avvicinato centinaia di migliaia di visitatori alla figura modernissima e anticipatrice del Cardinal Pietro Bembo (il tutto con un rigore scientifico memorabile), o ancora la mostra: “Paolo Veronese. L’illusione della realtà” a cura di Paola Marini e Bernard Aikema al palazzo della Gran Guardia di Verona.
    E l’elenco potrebbe proseguire: Cima a Conegliano, Andrea Brutustolon a Belluno, Pasqualino Rossi a Serra San Quirico, Bernardino Luini a Milano, Piranesi alla Fondazione Cini, etc etc. Tutte mostre con una curatela scientifica di grande spessore e contemporaneamente successo di pubblico, nonostante campagne mediatiche low profile e sopratutto low cost, per un periodo di apertura dimezzato rispetto a quello di Goldin. Tutti i curatori che ti ho citato, in particolare modo Beltramini e Paola Marini, sono riusciti a parlare al grande pubblico CONTEMPORANEO di grandi artisti e grandi scuole, emozionando nell’unico vero modo possibile ovvero attraverso la conoscenza e l’arricchimento personale.

    Per la polemica dei professori mi dispiace dirti che forse non hai letto bene la lettera dei professori del Liceo Pigafetta, i quali non hanno impedito agli studenti di visitare l’esposizione, ma hanno saggiamente scelto di non accompagnarli in orario scolastico non considerando la mostra una vera operazione culturale. Si sarebbe forse potuto portare i ragazzi lo stesso, facendogli capire con i loro propri occhi quali sono le mostre da NON visitare, se si fosse permesso ai professori di storia dell’arte delle singole classi di guidare gli studenti nelle sale. Ma come ben sai, la ferrea organizzazione goldiniana, lo vieta. E buona pace alla libertà di critica!

    Per concludere approfondirò la tua imperterrita, e per me assurda, difesa degli introiti economici di Linea d’Ombra. Per spiegarmi userò la triste (permettimi di dirlo) similitudine che mi hai proposto: quella del fruttivendolo.
    Per prima cosa bisogna mettere in chiaro che Goldin non si è inventato nessun mestiere. Già prima del suo sciagurato arrivo sulle scene commerciali italiane esistevano aziende private organizzatrici di eventi espositivi che portavano ovviamente introiti ai legittimi proprietari. Tralasciando la questione morale sul come queste mostre fossero organizzate, personalmente non vedevo (e non vedo) nulla di male in ciò, specie poi se alcune di queste mostre erano anche di un discreto livello scientifico. Goldin ha operato però una trasformazione connessa alla necessitante crescita di introiti personali. Il commerciate trevigiano ha eliminato qualsiasi costo di ricerca e collaborazione, inserendo a capo di tutto la sua sola persona. Anche in questo nulla di male, anche se particolarmente discutibile. Ma ora arriva il bello e per spiegarmi meglio userò, come ho già scritto, la tua similitudine.

    Caterina ha aperto un negozio di frutta e verdura (la basilica palladiana nel nostro caso) e un bel giorno Marco Goldin si presenta sulla porta con la proposta di prendere in gestione il suo negozio per organizzare la più bella esposizione (a pagamento) di frutta e verdure che il mondo ortofrutticolo abbia mai visto, tanto bella da far concorrenza alla Coop, Despar, Cadoro, Pam e Conad messe insieme. A Caterina promette di tutto: frutta cinese e nigeriana dai colori stupendi e alternativi, profumi e odori russi e americani dei più particolari, coste italiane e barbabietole svedesi delle più verdi e buone, colonne tortili di banane ecuadoriane e enormi cataste di fragole sudafricane. Marco Goldin assicura inoltre una consistente pubblicità ed un consistente ritorno di pubblico. La giovane e felice Caterina è effettivamente (come in fondo lo saremmo tutti) abbagliata dal progetto del furbo mercante trevigiano, ma vorrebbe giustamente capire, in tutto questo tripudio di ortofrutta, cosa ci guadagnerebbe Lei, attuale gestore del negozio, ma soprattutto il senso di questa cosa. Goldin risponde con una chiarezza senza eguali: Caterina ci guadagnerebbe SOLO il rispetto degli altri commercianti, ma le spese di gestione del personale che cambierà la frutta marcia nei sei mesi di esposizione saranno a carico suo. Sempre a carico suo saranno le bollette di luce, gas e acqua. A carico suo pure il controllo della sala (qualche vecchia che mangia o palpa la frutta c’è sempre) e il restauro degli spazi. A carico suo anche la pulizia dei percorsi e i costi del personale di biglietteria che però sceglierà Marco. Dal canto suo Marco incasserà tutti i soldi dei biglietti e non pagherà l’affitto del negozio, come nemmeno quello dello smontaggio dei supporti espostivi, ma chiederà a Caterina di pagarlo profumatamente per tutto il suo lavoro, ma sopratutto chiederà, sempre a Catarina, un piccolo aiuto finanziario per aiutarlo a portare i frutti e le verdure da tutto il mondo.
    Ora tutti sanno quello che farà Caterina che ha aperto il suo negozio per portare a casa un po di “schei” come si dice dalle sue parti. Ora Caterina prenderà la scopa nel retrobottega e caccierà in malo modo Marco Goldin che crede di poter guadagnare con il suo antico e prezioso negozio (costruito addirittura da Andrea Palladio) a scapito suo. Negozio antico e prezioso solamente in gestione a Caterina, ma di proprietà di un mio amico che si chiama Popolo. Ma invece Caterina che fa? ACCETTA e senza farsi vedere dal mio amico Popolo (proprietario dell’immobile) firma un patto vincolante con Marco, lo paga per il lavoro che farà e lo aiuta pure con gli ultimi soldi del fondocassa (che il mio amico Popolo aveva raccolto con tanta fatica e sudore).

    Come finisce questa storia? Marco organizzerà la grande mostra ortofrutticola dove venderà, a caro prezzo, anche tanti oggetti collegati alla frutta e verdura: carta igenica all’arancia, spazzolini per denti al sapore di banana, preservativi gusto pesca, spazzolini da gabinetto alle verdure marocchine etc etc. Caterina non guadagnerà nulla economicamente e nemmeno la stima degli altri commercianti che considereranno giustamente poco seria l’esposizione di pesche cinesi e radicchi islandesi (in provincia di Vicenza dove il radicchio è di casa) e il mio amico Popolo, quando dovrà riparare il tetto, non troverà più i soldi del fondocassa. Marco invece lascerà il negozio costruito da Andrea Palladio e con tutti i soldi dei biglietti andrà da un altro negoziante a proporre una nuova mostra.

    Ora i miei (ipotetici) nipotini che ascoltano questa brutta favola, direbbero ovviamente che Caterina è davvero poco attenta, quasi sciocca, ma non si esimerebbero nemmeno dal dire che Marco è un individuo poco onesto. Ovvio anche questo. Se i miei nipotini fossero normali poi, come gli altri si coprirebbero con le coperte e andrebbero a dormire. Invece loro continuano a pensare al mio amico Popolo, proprietario del negozio, che ha perso tanti soldi e non ci ha guadagnato nulla e pensando pensando arrivano a chiedersi: perché Caterina ha accettato? Chissà.

    Spero di essermi fatto capire. A me la storia di Caterina, Marco e Popolo ha suscitato qualche dubbio e un po di orrore. Proprio quello che hai detto di non capire e che spero adesso ti sia piú chiaro. Tutti i laureati in ortofrutta non hanno lavorato o guadagnato. Mi sembra ricordi un po quello che è successo a Vicenza. Unica differenza è che Caterina si chiamava Comune e i soldi del fondocassa erano quelli della Fondazione Cassa di Risparmio. Quante similitudini eh? Davvero una storia triste.

    Grazie per la tua risposta.
    a PRESTO

  5. Pamela Volpi 3 maggio 2015 Reply

    Gentile Romeo Pio,
    questa mia solo per dirLe che condivido ogni singola frase della Sua battaglia. Per fortuna ci sono persone come Lei che si fermano a riflettere su ciò “che il mercato mette in vendita” nel mondo dell’arte – così come nel mondo musicale, ma è un’altra piazza! –, si formano un giudizio critico e combattono una battaglia per cercare di stimolare chi segue le mode acriticamente. Molto circostanziate e puntuali le Sue risposte. Complimenti!
    Pamela Volpi

  6. Luca Trevisan 17 maggio 2015 Reply

    Sottoscrivo parola per parola. E ti faccio i complimenti per come hai analizzato la questione, finalmente fuori dalle nebbie della retorica propagandistica.
    Uno degli aspetti più contestabili del metodo-Goldin è il ritenere simili mostre democratiche. Democratiche perché si offrono a un pubblico non necessariamente di addetti ai lavori e perché consentono ad esso di entrare in contatto con opere provenienti da musei spesso lontani. Ma proprio l’approccio offerto con queste opere, che si allontana dalla comprensione critica (per diretta ammissione di Goldin questo genere di mostre “non pretende di insegnare nulla”), che rinuncia a un approccio scientifico coinvolgendo storici dell’arte di professione nel progetto della mostra e rifiuta persino un discorso didattico (pensiamo per gli studenti) e il tutto per un’impostazione basata esclusivamente sull’EMOZIONE…beh…questo approccio – dicevo – è l’esempio di un metodo antidemocratico per eccellenza.
    Quando l’emozione si sostituisce al metodo critico e razionale, quando sospendiamo insomma la ragione di fronte a quelle opere, noi sospendiamo la comprensione di quel che vediamo, di ciò con cui ci misuriamo. Quando l’emozione diventa un gioco retorico per raccontarci non il significato delle opere, ma le palpitazioni di un cuore (reali o commerciali?), qualcosa di fatto non funziona e il senso di una mostra è definitivamente – a quel punto – perduto. Non a caso Platone invitava a mettersi in guardia da retori e sofisti, che sviavano dalla razionalità, unico metodo per comprendere scientificamente il reale e per permettere la democrazia. Quella vera, non quella millantata (e coperta dai suoi guadagni esorbitanti) da Goldin. Democrazia è permettere a chiunque di capire, è dare gli strumenti anche ai non addetti ai lavori (per l’appunto) per capire, non annebbiarli con le emozioni mascherando loro il significato di quel che vedono. Perché in questo modo si deruba il pubblico.
    Se il metodo è questo, se conta l’emozione e non la comprensione critica e razionale, che senso ha studiare la storia, la storia dell’arte, la letteratura ecc.? Leggeremo Dante e ci emozioneremo tantissimo per le rime. Non capiremo un ca**o del contesto, delle problematiche linguistiche della Commedia e così via, ma ci emozioneremo tantissimo. Magari non con le nostre emozioni, ma con emozioni prestampate che saremo invitati a provare. E dovremo dimostrarci anche appagati!
    Credo che una buona parte dei visitatori di simili mostre non abbiano inteso appieno il rischio che c’è dietro a queste operazioni commerciali, passate per culturali quando non generano conoscenza (lo dice Goldin stesso) e fatte col sostegno dei fondi pubblici per giunta!
    Ce ne sarebbero tante da dire ma qui mi fermo. Dopotutto hai già spiegato tutto tu molto bene.
    Un caro saluto,
    Luca Trevisan (Università di Verona)

  7. Alex 12 settembre 2017 Reply

    Sono da tempo un fruitore delle mostre di Goldin (e non solo).
    Non mi offendono le Tue parole, puntuali ed in buona parte condivisibili, ma mi spaventano quelle di qualche Tuo “accolito” che in una sorta di “catarsi-snob” pensa di poter accodarsi alle tue (sensate) riflessioni, sfociando in deliri pseudo-culturali.
    Continua così Rò, se alla tua giovane età sei in grado di fare questo, la società dell’arte tutta potrà solo beneficiare del tuo contributo.

    Alessandro.

    • Author
      Romeo Pio Cristofori 1 ottobre 2017 Reply

      Grazie per le belle parole Alessandro! Spero di non deludere le aspettative.

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