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Elogio del complesso

A quasi quarant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, il pensiero di questo grande spirito universale, é pressoché caduto nel dimenticatoio.

Pasolini rappresenta per la nostra cultura moderna — o postmoderna, che dir si voglia — tanto priva di punti di riferimenti e padri fondatori, quanto sopraffatta e bombardata da slogan e mode in continuo cambiamento, una vera e propria colonna portante, un’ancora di salvezza.

In questo senso prezioso é il tentativo avanzato dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, con la mostra “Pasolini Roma“, attiva dal 15 Aprile al 20 Luglio 2014, di ripercorrere i momenti salienti della vita di questo personaggio “scomodo”.

Come la locandina della mostra ricorda, molti sono gli aspetti della sua personalità che devono essere ricordati, dall’amore per il cinema — di cui ebbe la sagacia di individuare la portata rivoluzionaria, innalzandolo a vero e proprio strumento del conoscere —, alla sua letteratura, una sorta di reportage della realtà troppo spesso dimenticata della sua e nostra intellighenzia borghese, per non parlar della poesia, della fotografia e della critica.

Un elemento unificante della sua vastissima produzione é l’amore per l’altro.

Amore che si traduce in un tentativo continuo e inarrestabile di fare uscire l’uomo da quello stato di minorità che, per usare la celeberrima espressione kantiana, egli deve imputare solo a se stesso.

A chi non é successo oggi, affermando di amare Pasolini, di essere etichettati per intellettualoidi di sinistra, forse un po’ snob, forse un po’ idealisti?

Quanto di più lontano da quello che dovrebbe essere!

L’amore che egli nutrì per l’uomo é ben visibile fin dalla cura che egli seppe dedicare all’uomo Pasolini. Quasi vivendo al suon del monito dantesco “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza“, la sua mente ha toccato i piùdiversi ambiti del sapere, sfuggendo cosìad ogni facile etichetta, tanto di moda nella nostra società.

Non ci sentiamo al sicuro quando guardiamo una pièce di Pasolini: cosa abbiamo di fronte?

Uno spettacolo teatrale moderno, una riproposizione della tragedia attica, una critica alla società?

F63017-035ex adAbituati come siamo ad una facile categorizzazione del sapere, ad una sua manualistica formulazione in –ismi, siamo confusi e un po’ spaesati di fronte a cosìtanti stimoli.

Già, perché oggi ci nascondiamo dietro facili truismi secondo cui é impossibile per l’uomo del nuovo millennio padroneggiare tutte le branche del sapere, cosìvasto e sconfinato, giustificando cosìla totale assenza di omini universalis, individui che, come Leonardo da Vinci o Leon Battista Alberti, erano nel loro tempo, si muovevano con agilità fra diverse branche del conoscere.

Oggi stiamo andando in una direzione completamente diversa, ci specializziamo sempre più, chiudiamo le porte delle nostre conoscenze abbattendo ponti che possono farci comunicare con altri e con altro. Le specializzazioni, i vari saperi, non parlano piùun linguaggio comune, ognuno pensa al suo, senza curarsi della comunanza, del fatto che, per dirla banalmente, “il sapere é tutt’uno”.

Siamo stranieri alla lingua che parliamo: conoscenza — dal latino cum gnosco — é portatrice di un insieme di valori che nulla ha da spartire con la somma e l’accatastamento di nozioni, confusamente ordinate e mnemonicamente imparate, che sfoggiamo oggigiorno.

Che sia forse questo uno dei motivo per cui Pasolini ci spaventa? Non è certo un caso se nei programmi liceali raramente èpresente, se la nostra televisione (persino quella cosiddetta “libera”) saltuariamente ne programma un film, o se i suoi libri non sono certo sui primi scaffali di una qualsiasi libreria.

Oggi la sensibilità si é così appiattita e semplificata, che mostrare di volere cogliere le cose nella loro complessità e caleidoscopica essenza sembra quasi un difetto, un volere peccare di arroganza o tracotanza.

Succubi di questo idiotismo di massa (idiotismo dal greco ἴδιος – idios- proprio, personale, privato, che sta per proprio conto, ἰδιότης – idiotes- particolarità, individualità), guardiamo al mondo col paraocchi, in una sola direzione, privandoci così della bellezza della totalità.

Così Michelangelo é uno scultore — e le sue rime sono coperte da qualche libro di Fabio Volo —, Goethe uno scrittore — é ormai praticamente impossibile trovare una copia dei suoi scritti di botanica —, e Benjamin Franklin un politico — chi si ricorda più dei suoi esperimenti con l’elettricità, o anche soltanto delle sue idee sul vegetarianesimo, tema oggi molto chich ?

Prenderci due ore, una mattina, o anche un’intera giornata, e perderci nelle suggestive sale del palazzo delle Esposizioni é molto più che passare qualche tempo in un museo.

É innanzitutto un atto che noi compiamo per noi stessi, perché guardando a chi tanto ci ha dato, e a cui poco stiamo riconoscendo, possiamo iniziare a guardare le cose nella loro reale complessità.

La speranza é che questa mostra possa essere per noi l’inizio di un percorso.

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