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La maschera: viso simbolico e specchio dell’anima

Imago animi. Volti dal passato è il titolo della mostra che è stata inaugurata lo scorso 24 marzo presso il Palazzo Assessorile di Cles (Tn) e che proseguirà fino al prossimo 24 giugno. Motivo conduttore dell’intera mostra – curata da Nicola Carrara, conservatore del Museo di Antropologia dell’Università di Padova, da Luca Bezzi di Arc-Team Archaeology e dallo storico dell’arte Marcello Nebl – è il volto umano, analizzato nella sua dimensione antropologica e culturale.

Manifesto - Imago animiAttraverso un percorso espositivo chiaro e lineare, il visitatore è accompagnato di sala in sala alla scoperta della propria storia evolutiva e culturale. Dopo una parte iniziale nella quale si ripercorre l’evoluzione umana e si affrontano, sotto il profilo storico e scientifico, il tema delle “razze” e del razzismo, è la volta delle ricostruzioni facciali 3D di celebri personaggi del passato, tra i quali anche sant’Antonio da Padova. Il ricco percorso espositivosi snoda, infine, in due sezioni specificamente dedicate all’etnografia e all’arte contemporanea.

La mostra, infatti, espone una serie di maschere etnografiche conservate presso il Museo di Antropologia dell’Università di Padova e provenienti da varie aree geografiche del mondo.

Particolarmente interessante risulta la lettura del saggio Un viso sopra il viso, contenuto all’interno del catalogo della mostra. L’autore, Nicola Carrara, biologo di formazione, riflette sul fenomeno delle maschere, rilevando l’apparente paradosso che emerge tra dato biologico e culturale. Proprio quando la specie Homo sapiens ha finalmente perso il pelo che ricopriva gran parte del corpo e del volto, come conseguenza di un processo evolutivo di adattamento all’ambiente durato milioni di anni, moltissime culture del mondo hanno creato maschere destinate ad occultare il viso. In realtà, la maschera, una volta indossata, non consente all’individuo di sparire alla vista, in una sorta di imitazione del mimetismo biologico, ma di celare la propria identità, per far emergere altri aspetti – più profondi e, quindi, spirituali – della sua personalità. In quest’ottica, la maschera sarebbe un secondo volto, posto sopra quello vero e proprio, allo scopo di mediare e interagire con il mondo esterno.

Opportunamente scelte a rappresentare i continenti (Africa, Asia, Oceania) dai quali provengono le popolazioni che le hanno elaborate, le maschere esposte racchiudono un variegato simbolismo, rispondendo ad usi e funzioni diverse (distintive, religiose, magico-rituali…). Vi si possono ammirare – tra le altre – maschere connesse a rituali di guarigione, come la maschera mashamboy dei Bakuba del medio Congo, indossata dallo sciamano per sconfiggere il demone della malattia e la maschera sanni yakuma dello Sri Lanka, retaggio di credenze anteriori alla svolta buddista dell’isola. Servivano, invece, a contrastare la magia nera le maschere savi dei Sepik della Nuova Guinea di cui sono visibili due esemplari, magistralmente intagliati. Di grande fascino le tre maschere malangaandella Melanesia: impiegate nel corso di cerimonie funebri che assolvevano anche a funzioni iniziatiche, colpiscono per la vivace policromia e l’esuberanza formale. Di grande interesse anche i crani di antenati, adorni di piume e semi, degli Asmat. Questa popolazione della Nuova Guinea, in seguito al contatto con gli Occidentali, iniziò ad intagliare e dipingere delle teste – anch’esse visibili in mostra – come sostituite della pratica ancestrale di cibarsi dei cervelli dei nemici sconfitti in battaglia, al fine di acquisirne pregi e virtù.

Panoramica della sezione Una faccia, una razza? Non proprio

Panoramica della sezione Una faccia, una razza? Non proprio

Va detto che la maggior parte dei beni demoetnoantropologici esposti si caratterizza per la notevole perizia tecnica ed esecutiva e per l’alto livello formale e stilistico. Pertanto la mostra è l’occasione per riflettere, a partire dalle testimonianze materiali e culturali presentate, sul nostro rapporto con l’alterità culturale ed abbattere – si auspica – pregiudizi e stereotipi che frequentemente nutriamo nei confronti del diverso, ancor’oggi spesso immaginato, secondo una prospettiva eurocentrica e colpevolmente razzista, come arretrato e rozzo, rispetto al colto e civilizzato Occidente. Inoltre, va dato atto che la chiave antropologica con la quale sono proposti i pezzi invita a considerarli come prodotti culturali veri e propri, nei quali la valenza estetica si assomma e coesiste con quella più spiccatamente funzionale, contrariamente alla tendenza tipicamente occidentale di decontestualizzare questi oggetti, riducendoli a mere opere d’arte da esibire e ammirare nei nostri musei. Didascalie e pannelli sono un invito a guardare alle maschere esposte non esclusivamente come opere d’arte avulse da un orizzonte di fruizione pratica, bensì come oggetti d’uso che rimandano a specifiche modalità di rapportarsi con la sfera del sacro o di manifestare potere all’interno della compagine sociale d’appartenenza, generalmente strutturata secondo criteri gerarchici.

Maschere africane, XX secolo

Maschere africane, XX secolo

In una mostra come questa non poteva mancare l’imprescindibile l’apporto che la creatività artistica ha dato nel corso dei secoli al tema della raffigurazione del volto umano. Imago animi comprende, infatti, una piccola rassegna di opere d’arte contemporanea, cortesemente prestate dagli artisti stessi o dalle maggiori gallerie di Trento e provincia. Gli artisti che qui espongono differiscono per età anagrafica, percorsi artistici e media espressivi. Ad accomunarli è la matrice antropologica sottesa alle opere esposte, la fascinazione per il sacro e per le forme rituali delle culture altre da loro indagate. Tra le opere esposte, vi si trovano la ceramica smaltata di Pietro Weber e la scultura dell’esordiente David Aaron Angeli, che nell’unione scudo – mano umana – piume evoca la metamorfosi, il cambio di identità che la maschera consente. Vi è poi il volto allungato di James Brown, di palese ispirazione africana, e quello in cartapesta dipinta di Ron Gorchov che da anni si dedica allo studio delle maschere e degli scudi che proteggono i guerrieri africani da lui reinterpretati in maniera espressionista-astratta. Infine, catturano l’attenzione del visitatore con la loro carica seduttiva il volto androgino disegnato da Omar Galliani e il Baccone di Luigi Ontani, una sorta di Polifemo bacchino con il quale l’artista rivisita la tradizione tirolese delle maschere.

Degno di nota è il catalogo della mostra, di cui preme sottolineare il notevole spessore scientifico: frutto di un’intensa attività di ricerca condotta dall’Università di Padova e Arc-Team Archaeology, si avvale di una serie di contributi che, spaziando dalla biologia alla storia dell’arte, inquadrano in maniera approfondita ed esaustiva le numerose tematiche affrontate dalla mostra. Lodevole, infatti, è il tentativo – per altro riuscito – di abbracciare discipline diverse, offrendo ai visitatori una varietà di stimoli e suggestioni che rispecchia il diverso backgroundculturale dei tre curatori. Da apprezzare, inoltre, sono le modalità d’allestimento, sempre rispettose della prestigiosa sede storica che ospita l’esposizione e capaci, al tempo stesso, di conciliare esigenze visuali e di fruizione degli spazi.

Imago animi è quindi consigliata non solo ad antropologi, biologi e appassionati d’arte, ma a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza di mondi e civiltà altre, lontane geograficamente e diverse culturalmente, ma innegabilmente affascinanti e complesse, per scoprirne usi e costumi.


FOTO DI COPERTINA: Calchi facciali in gesso policromo della cosiddetta “Collezione Cipriani” del Museo di Antropologia dell’Università degli Studi di Padova.

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