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A caval donato si guarda in bocca.

Che cosa resta dopo una mostra? Che cosa rimane dopo che i faretti a Led si sono spenti e i canoni di affitto dell’eventificio volgono a scadenza? Ora che la mostra del ventenn di Linea D’Ombra ha lasciato Treviso, che cosa resta alla comunità scientifica, alla storia dell’arte e, sopra ogni altra cosa, alla cittadinanza e alla città?

A poche settimane delle vicende trevigiane di Marco Goldin, che vi raccontavo proprio su questo blog, sembrò – solo per qualche mese ahinoi – che i festeggiamenti per i vent’anni dell’inquietante macchina produci mostre fossero fortunatamente scampati: difatti il fondatore stesso di Linea d’ombra sembrava avesse abbandonato ogni velleità per un evento simbolo del suo grande ritorno in città, eppure, lo scaltro commerciante, tramando nell’ombra, dopo settimane di assoluto silenzio, annunciò a sorpresa la mostra dedicata alle “storie dell’impressionismo” proprio presso i Musei civici di Santa Caterina. A nulla erano serviti gli appelli dei comitati cittadini e degli esponenti della stessa maggioranza di governo. Nell’oscurità amministrazione comunale e “storico dell’arte” firmavano un accordo vincolante per la realizzazione di un evento espositivo.

Il Comune di Treviso, con questo accordo, decideva quindi di portare a termine uno scrupoloso procedimento di distruzione della Pinacoteca civica realizzando così una sede espositiva al servizio delle mostre curate da Marco Goldin. Un “adeguamento funzionale” attraverso un affidamento d’incarico diretto allo stesso privato che avrebbe poi usufruito del bene pubblico, per un irrisorio canone di affitto e un guadagno sulle spalle dell’ente pubblico in virtù di una presunta operazione culturale.

Difronte alle critiche ricevute, Goldin non si affrettò certo a negare la cosa, anzi, con una mossa degna delle sue, si vantò e ricordò alla cittadinanza che «i lavori vanno a vantaggio della città, sono un investimento per il futuro, che resta patrimonio di Treviso. Come si vede, nessun interesse privato». Nessun interesse privato escludendo il fatto che, come scrisse la Tribuna di Treviso, “il 60% del budget di 4 milioni è a carico di Marco Goldin e della sua Linea d’Ombra, ossia 2,3 milioni. In cambio del rischio d’impresa, il critico avrà gli introiti di mostra e marketing dell’evento“.

Come scrissi nel gennaio 2015, con una previsione non certo difficile, “il Comune dopo aver speso circa 1 milione di euro per adeguare un museo che non nasce come spazio espositivo”, a fronte, sembra, di un canone di affitto di 20.000 euro circa, “ospiterà una mostra nella quale l’unica a guadagnarci sarà Linea d’Ombra, che a fine del periodo di esposizione si ritirerà lasciando il sistema dei Musei civici stravolto, l’ennesimo spazio espositivo vuoto e un tessuto turistico non certo rivitalizzato”.

Una previsione corretta, come dimostra il luminoso intervento di Daniela Zanussi in Consiglio Comunale a Treviso il 22 maggio 2017, che riporto, di seguito, integralmente:

«Sabato pomeriggio ho fatto un giro alla Pinacoteca di Santa Caterina per rendermi conto di ciò che resta, a mostra finita, del “dono” che Linea d’Ombra ha fatto al museo e alla città e per il quale il curatore ha rimproverato i trevigiani, “ingrati” per non aver reso un ringraziamento adeguato. Un “dono” che vale, pare, 930.000 euro, che è molto di più rispetto a quanto Linea d’Ombra si era impegnata a spendere nella convenzione sottoscritta con il comune il 7 maggio 2016, che prevedeva interventi per 640.000 euro. Si dice che “a caval donato non si guarda in bocca”, ma questa volta credo sia il caso di derogare a questa buona maniera visto che il destinatario non è un singolo, ma sono tutti i cittadini trevigiani, e si tratta di un edificio pubblico. E, dunque, è forse il caso di guardare in bocca a questo cavallo per capire se vale tanto quanto è stato decantato.

In sintesi queste le mie osservazioni:

Spazi e allestimenti. Purtroppo confermo la delusione e le perplessità rispetto agli interventi (confermando quella che era stata una prima visita a lavori ultimati fatta con la prima commissione). Ciò che risalta immediatamente evidente è il forte contrasto tra la luminosità e ariosità dello spazio della manica lunga (non interessato dagli interventi) con il suo soffitto elegantemente voltato e l’oscurità delle sale che si aprono lungo i lati che sabato erano tutte chiuse da pesanti porte inferriate – volute da Linea d’Ombra per questioni di sicurezza – che ricordano più le celle di un carcere che non le celle di un convento. Intervento del tutto IMPROPRIO per il contesto e INUTILE per la funzionalità del museo.

Sale laterali. Attraverso le inferriate ho avuto modo di guardare dentro le sale che, già non particolarmente ampie (eccetto la ex sala dei teleri) in partenza, ora risultano sensibilmente ridotte su tutti i lati da pesanti pannellature grigie, scure e cieche (sono state coperte tutte le finestre); il risultato sono spazi angusti e claustrofobici, che di sicuro hanno creato non pochi disagi (come ho avuto modo di leggere nei mesi passati dal libro dei visitatori) ai 330.000 visitatori che, secondo quanto ci è stato puntualmente e ampiamente raccontato dai giornali – a colpi di una incredibile media giornaliera di 1600/1700 persone, pari a circa 200 all’ora – hanno affollato e stipato le sale espositive. Gli spazi, poi, come si evince invece dai progetti hanno subito ulteriori decurtazioni per la dislocazione delle macchine per impianto di climatizzazione. Erano questi gli spazi che ci servivano per il nostro museo, quello che deve custodire il nostro patrimonio più prezioso? Se avessimo dovuto risistemare le sale della Pinacoteca per le esigenze della Pinacoteca le avremmo pensate e sistemate così?

Pannelli espositivi mostra Linea d’Ombra. Sempre guardando attraverso le inferriate, ho potuto notare che sono ancora tutti lì i grandi pannelli con le didascalie e le gigantografie che servivano da introduzione alle diverse sezioni della mostra. Così come rimangono ancora presso la biglietteria. Come mai non sono stati tolti al momento del disallestimento della mostra? Chi occupa uno spazio per attività proprie non dovrebbe poi restituirlo al proprietario in ordine? Chi pagherà i costi per questa operazione? In compenso sono stati strappati pannelli sopra gli stipiti lasciando visibili e profondi strappi e buchi su pittura e intonaci. Tutte spese che il Comune si dovrà accollare.

Pavimentazione. Tutto il pavimento in cotto è stato coperto da moquette grigia, incollata, pare, direttamente al pavimento. È appropriato per il contesto? Cosa ne pensa la Soprintendenza? Che ne sarà al momento di toglierla? Saranno stati fatti danni? Anche in questo caso sarà il Comune a dover pagare.

Inferriate alle finestre. Sempre per motivi di sicurezza legati alla mostra sono state poste su tutte le finestre, interne (in affaccio al chiostro grande) ed esterne (in affaccio su piazzetta Botter) delle grate metalliche. C’è da dire che la Soprintendenza le aveva espressamente vietate, bocciandole come “alterazione della configurazione architettonica dell’edificio inaccettabile sotto il profilo sia storico che formale”. Eppure le grate sono lì (erano state coperte durante il periodo della mostra da pannelli con riproduzioni delle opere esposte ed oggi ben visibili da dentro e fuori il museo). Come mai? La Soprintendenza, che forse si era distratta, permetterà che lo scempio persista o dovrà rimozione provvedere il Comune alla rimozione? Quanto costerà?

Finestre oscurate. Sempre la Soprintendenza autorizzava l’oscuramento delle finestre con i pannelli a patto che le si riaprissero TUTTE a mostra terminata, addirittura suggerendo di eseguire i lavori di rivestimento in modo da predisporre la successiva eliminazione. La Soprintendenza vigilerà affinché questo venga eseguito? Altro intervento che dovrà accollarsi il Comune: quanto costerà?

Illuminazione: l’illuminazione delle sale, già scure, risulta attualmente sottodimensionata a causa della rimozione di buona parte dei faretti che in occasione della mostra erano stati solo “noleggiati” da Linea d’Ombra e di cui il museo non potrà usufruire. La spesa per questi faretti, peraltro, viene compresa nel “dono” al Museo.

Insomma, a quanto ammonta veramente il “dono” di Linea d’Ombra alla città se consideriamo e sottraiamo all’ammontare di 930.000 euro: lavori inutili per il museo, e funzionali solo ed esclusivamente alla mostra; lavori vietati o concessi in deroga da rimuovere o rimediare, i cui costi ora andranno a gravare sulle casse comunali; spese sostenute solo in funzione della mostra e di cui non ci resta nulla (come il noleggio di faretti di cui sopra)? Ce lo dovrebbe dire il rendiconto presentato da Linea d’Ombra al Comune alla fine dei lavori che ho richiesto e ricevuto tramite Accesso Atti: un documento che è il caso di definire “sibillino”, costituito da una lunga serie di voci, cui non corrisponde un valore; alcuni totali parziali per gruppi d’interventi; e un totale complessivo (930.000 euro). Qualcosa si può evincere, ma poco. Insomma, un rendiconto dove pesano di più ciò che non è stato scritto rispetto a quello che è scritto. Mi chiedo se il Comune si sia davvero accontentato solo di questo o non vi sia qualcosa di più dettagliato. Infine, considerate le reiterate estensioni di orario, anche notturno, e la proroga della mostra, quali costi aggiuntivi per servizi, personale, bollette si troverà a dover mettere in conto il Comune?

La storia ci insegna che ci sono “cavalli donati” che possono essere insidiosi».

Ogni previsione è risultata corretta e le parole di Daniela Zanussi addolorano nella loro cruda realtà. Alla città, o meglio ancora, alla cittadinanza, sono rimaste le spese e un museo distrutto. Una triste storia che si sperava potesse esse un lugubre monito per le vicine amministrazioni, e invece no. No perché il comune di Vicenza, in piena campagna elettorale, in cerca di facili consensi, ha chiamato ancora Goldin. E come scrive Stefano Diceopoli su tviweb.it, per la prossima mostra dedicata a Van Gogh, all’amministrazione vicentina sembra venga chiesto di mettere a disposizione a titolo assolutamente gratuito «la Basilica Palladiana […], la gestione dei sistemi di controllo e sicurezza, la fornitura di idonea climatizzazione» nonché l’utilizzo degli spazi pubblici per i manifesti. «Linea d’Ombra, dal canto suo, si impegna a sostenere tutti i costi di allestimento della mostra ma incamera anche i [succosi] proventi». La mostra di Vicenza è già boom di prenotazioni e a Treviso già si pensa al futuro: «Vogliamo che la storia continui – assicura il sindaco Giovanni Manildo – Dopo l’Adunata inizieremo i lavori nella sala ipogea e ala Foffano di Santa Caterina. Contiamo siano finiti per dicembre 2017. Poi puntiamo a ospitare una nuova mostra temporanea per la primavera del 2018» scrive Isabella Loschi su OggiTreviso. «E qui» continua Loschi «potrebbe tornare al lavoro Marco Goldin che ha presentato al sindaco già due progetti per la prossima stagione. Occorrerà però trovare sponsor anche per compensare il minor incasso di biglietti dato che la mostra avrà una durata limitata di circa tre mesi». Una storia assai discussa quella delle grandi mostre di Marco Goldin, approfondita anche da interessantissimi articoli della stampa locale (da leggere qui sotto).

Il gioco goldiniano del regalo da non giudicare, perché per l’appunto regalo, continua con estrema facilità, grazie a politici corresponsabili, storici dell’arte silenti e pubblico “emozionato”. E guai domandarsi: ma a noi comunità che cosa resta? C’è il doloroso rischio di non udire risposta ma solo il lontano eco dei passi di chi, guadagnato l’incasso, si allontana soddisfatto verso il prossimo lauto “pasto”.

A presto

Romeo


Un ringraziamento a Daniela Zanussi, consigliere comunale di Treviso, che ha gentilmente concesso la pubblicazione del suo intervento e alla pagina PER I MUSEI TREVIGIANI per il quotidiano e lodevole sforzo svolto a mantenere acceso il complesso dialogo e l’ancora più complessa informazione sulla difficile situazione dei Musei civici della città veneta.



FOTO COPERTINA: Lorenzo Lotto, Ritratto di frate domenicano, olio su tela, P 88, Musei Civici di Treviso, particolare.

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