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La naturalezza teatrale. Guercino a Piacenza.

Esistono pittori nella storia dell’arte, che grazie al loro indiscusso talento, sono divenuti al giorno d’oggi i protagonisti di eventi espositivi che si ripetono a ritmi serrati. Francesco Barbieri detto il Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666) è divenuto, specie negli ultimi anni, forse il pittore emiliano del Seicento con più esposizioni temporanee a carico. Eppure il suo rapporto con gli effimeri, ma spesse volte fondamentali, eventi espositivi è iniziato in epoca relativamente recente. La prima mostra monografica venne organizzata dal 1 settembre al 18 novembre del 1968 a Bologna presso le sale del Palazzo dell’Archiginnasio, sotto la  curatela di Denis Mahon, che dopo la veloce rivalutazione operata da Longhi in Officina ferrarese nel 1934, era stato tra i primissimi, con l’articolo Notes on the young Guercino, pubblicato nel 1937 sul Burlington Magazine, a operare un primissimo recupero critico del pittore. Non a caso, quindi, il curatore della memorabile mostra del 1991 divisa in addirittura due sezioni (Bologna, Museo Civico Archeologico, “Il Guercino. Dipinti e disegni” e Cento, Pinacoteca Civica e chiesa del Rosario, “Il Guercino e la bottega“) fu ancora una volta Mahon, il quale era ormai arrivato a suddividere la carriera del pittore, non più in due maniere come i primi biografi del centese, ma in ben cinque distinte fasi. Una complessa macchina critica, come scrive Benati, che “ha servito egregiamente allo scopo di ricuperare, fase dopo fase, maniera dopo maniera, tutto il percorso del centese al gusto attuale, che appare ormai in grado di apprezzarlo nella sua interezza”.  Due mostre, quelle del 68 e del 91, che oggi i comunicati stampa definirebbero grandi eventi, le quali segnarono in modo indelebile gli studi sul pittore ma che avviarono Guercino ad esposizioni assai ravvicinate e non sempre fortunatissime: a volte vere monografiche di grande spessore, altre volte piccole mostre dossier su delimitati spazi della sua produzione e altre ancora esposizioni che preferiamo dimenticare. Il nuovo millennio non ha certo rallentato la corsa all’esposizione del centese, né in Italia (2001, 2006, 2009, 2011, 2012, 2014) né all’estero (2006, 2013, 2014, 2015), coronando così il pittore come uno dei più richiesti per mostre temporanee. La morte di Mahon ha poi forse dato ancora maggior spazio ad eventi espositivi in cui Guercino faceva capolinea, con corretta invadenza, per omaggiare uno  critico di non più comune spessore.

Ora Guercino torna ad essere nuovamente oggetto di una esposizione temporanea, presso la Cappella Ducale di Palazzo Farnese a Piacenza, con la curatela di Daniele Benati e Antonella Gigli, insieme ad un comitato scientifico composto da Antonio Paolucci, Fausto Gozzi e David Stone. Una mostra, Guercino: tra sacro e profano, dalle contenute dimensioni (come ultimamente ci stiamo abituando a vedere) che accompagna l’eccezionale occasione di salire all’interno della cupola del Duomo di Piacenza, per ammirare da vicino i sei scomparti affrescati con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, le lunette in cui si alternano episodi dell’infanzia di Gesù – Annuncio ai Pastori, Adorazione dei pastori, Presentazione al Tempio e Fuga in Egitto – a otto affascinanti Sibille e il fregio del tamburo, realizzati proprio dal pittore emiliano tra il maggio del 1626 e il novembre del 1627.

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Affreschi della Cupola del Duomo di Piacenza, 1626-1627

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Affreschi della Cupola del Duomo di Piacenza, 1626-1627

Con 27 opere, tra cui alcuni deliziosi disegni preparatori per l’impresa piacentina, i curatori delineano in velocità la lunga parabola artistica, mettendo in luce l’atteggiamento fortemente dinamico del pittore nei confronti dei propri mezzi espressivi e mostrando bene un autore complesso e innovativo, difficile da ingabbiare negli schemi predefiniti e rigidi della critica d’arte. Un pittore, come scrive benissimo Benati nel saggio di apertura del catalogo edito da Skira, “troppo naturale negli anni in cui andava affermandosi la pittura sbilanciata sulla ricerca del bello ideale; troppo composto e recitato quando urgeva l’estroversione barocca; troppo poco nobile nell’affrontare gli alti temi della pittura di storia sacra e mitologica quando a essa si chiedeva un riscontro sul parametro alto delle passioni”. E continua: “pur nei mutati mezzi espressivi, davanti all’enigma della tela bianca da riempire di volta in volta con i soggetti della religione o del mito, vale sempre, per il miglior Guercino, l’antico imperativo di cercare le ragioni del racconto nel fiducioso riporto dal mondo che lo circonda, ascoltando nello stesso tempo le sollecitazioni che gli vengono dal proprio cuore. Ed è così che la sua narrazione si fa appunto “teatro”: un teatro di sentimenti […], pronto a esorbitare dalla tela per coinvolgere emotivamente lo spettatore negli anni della sua prima attività, e poi via via più interiorizzato e recline […]”.

Seguendo le orme di Mahon i curatori ricostruiscono, con passo serrato,  la produzione artistica del Guercino,  al fine di creare un intelligente viaggio nella produzione, precedente e successiva, agli affreschi del duomo di Piacenza, veri protagonisti del programma espositivo e collocabili in quella fase che Mahon definì di transizione (1623 – 1632) “segnata da creazioni misurate rispetto alle prove giovanili e dall’avvio di un metodo operativo caratterizzato da scrupolose indagini preparatorie” (Pighi)

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Sposalizio mistico di santa Caterina alla presenza di san Carlo Borromeo, 1611-1612, olio su tavola, 50,2×40,3 cm

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Sposalizio mistico di santa Caterina alla presenza di san Carlo Borromeo, 1611-1612, olio su tavola, 50,2×40,3 cm

Il percorso, che segue il criterio cronologico dettato dalla critica, si apre ovviamente con un corposa sezione giovanile, forse la più stuzzicante (mi si conceda il termine) dell’esposizione. La piccola tavola della Cassa di Risparmio di Cento raffigurante Lo sposalizio mistico di Santa Caterina alla presenza di San Carlo Borromeo del 1611/12 trascina il visitatore nella giovinezza di un pittore che, cercando di restituire alle fonti l’immagine di un artista autodidatta, dichiara il suo solo debito verso  Ludovico Carracci, nascondendone altri. Ed è qui che scatta la domanda a cui Benati nel saggio introduttivo e Calogero nelle schede di catalogo cercano di rispondere: chi sono gli autori su cui si basa la formazione del Guercino? Perché il giovane centese cresce e si forma in un ambiente artistico ancora pienamente ferrarese, ed è quindi impossibile non rivolgere l’attenzione, specie nella tavola prima citata, a Carlo Bononi nella sua prima fase. Nel Miracolo di San Carlo Borromeo della parrocchiale di Renazzo di Cento Guercino guarda profondamente più che a Scarsellino, proprio a Bononi, specie nei profili stondati delle donne e in certe “patetiche languidezze” (Calogero) che lo avvicinano alla pittura del ferrarese. Un rapporto tra i due, se non proprio di diretta collaborazione, che risulta estremamente interessante e ancora tutto da approfondire come dimostrano i due frammenti della pala d’Ognissanti del 1613, ora in collezione privata, per la prima volta pubblicati all’interno del catalogo. La mostra prosegue con la seconda sezione dedicata agli «anni della fama» per poi concludersi con l’ultima sezione: gli «anni della gloria». In questo viaggio ad aspirale negli spazi della cappella ducale del palazzo farnesiano, i curatori chiamano a raccolta pochi pezzi, alcuni più noti come Et in Arcadia ego (1618), il  romano San Matteo e l’angelo (1622), fino alla parmense Susanna e i vecchioni (1649-50), e altri forse meno noti ad un grande pubblico, ma certamente conosciuti dagli specialisti, come: la Madonna con Bambino e San Lorenzo (1624) del Seminario Vescovile di Finale Emilia, il San Romualdo (1641) del MAR di Ravenna e la toccante Immacolata concezione (1656) della Pinacoteca Civica di Ancona.

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Il profeta Michea e un angioletto con un cartiglio, 1626, penna e inchiostro, pennello e inchiostro acquerellato, carta bianca con filigrana, controfondata, 281×198 mm

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Il profeta Michea e un angioletto con un cartiglio, 1626, penna e inchiostro, pennello e inchiostro acquerellato, carta bianca con filigrana, controfondata, 281×198 mm

Un’occasione per rivedere alcune opere, per consolidare gli studi sul Guercino (aiutati anche da un convegno svoltosi pochi giorni fa), e per creare una vera e propria introduzione agli affreschi del Duomo di Piacenza, visibili in via eccezionale, attraverso un percorso che dalla navata sinistra conduce prima sulle volte della navata di partenza e poi sopra quelle della navata centrale dove, forse per un tempo un po troppo ristretto, una manciata di minuti appena, si possono ammirare gli affreschi del Guercino dal tamburo messo in sicurezza per l’occasione, a circa 27 metri di altezza. L’intero ciclo decorativo, finalmente illuminato a dovere, è inoltre oggetto di una bella campagna fotografica confluita nell’atlante che arricchisce il catalogo, ottimo strumento per osservare particolari e stesura pittorica non proprio di facile interpretazione e individuazione dal tiburio.

La mostra, visitabile fino al 4 giugno 2017, porta la sconosciuta Piacenza al centro di un percorso nuovo, quello del turismo culturale, pianificato, serio, pensato e legato alla storia del territorio e di una città nascondiglio di interessanti tesori (Basilica di Santa Maria di Campagna e Basilica di San Sisto solo per citarne due). Una piccola esposizione che propone una visione critica consolidata dell’artista e leggerissimi nuovi spunti di studio, i quali, seppur pochi e non di corposa entità, rendono la mostra una proposta interessante per il grande pubblico e per gli esperti, un’occasione nuova per piccole riflessioni di orientamento nella pittura emiliana del seicento.

A presto


FOTO DI COPERTINA: Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Affreschi della Cupola del Duomo di Piacenza, 1626-1627.


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