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Come Palladio, senza Palladio.

Nell’aprile 1787 Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione di Indipendenza (1776), terzo Presidente degli Stati Uniti d’America (1801-1809), straordinario amatore delle arti, nonché architetto che contribuì considerevolmente alla costruzione (fisica, non solo intellettuale) delle architetture americane del tardo colonialismo e dei primi anni della Repubblica, giunge in Italia per un breve soggiorno. Nelle sue lettere alla pittrice italo-britannica Maria Cosway (con cui intrattenne una cinquantenaria e ancora troppo poco studiata relazione epistolare) l’intellettuale d’oltreoceano si dice dispiaciuto nel non poter raggiungere, nonostante la relativa vicinanza (solo 30 ore di viaggio), il Veneto. Dopo venti giorni tra Torino, Milano e Genova, Jefferson parte senza vedere una sola architettura del Palladio, quello stesso Palladio autore dei Quattro Libri che egli stesso, all’epoca ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi, considerava la sua “Bibbia”. Eppure Jefferson, più di chiunque altro, comprende e studia a pieno Palladio e la sua produzione, pescando a piene mani dal lungo lavoro del veneto, reintepretandolo e rendendolo “mezzo” attraverso cui formare (o forse è meglio dire costruire) una nazione nuova, plasmabile soltanto attraverso la razionalità, la bellezza e la cultura.

Proposed sketch for the President's house, elevation.  1792 By Thomas Jefferson, 1743-1826 Signed upper left corner: "A. Z." Later inscribed right upper edge: (almost totally removed by restoration) "Abraham Faws." Single sheet of creme paper with pricked guide points, pen and iron gall ink, scored guide lines and black ink washes.  Dimensions: 12 7/8 x 16 11/16 inches Donor: John Hazlehurst Boneval Latrobe. Museum Department

Thomas Jefferson, progetto per la President’s House a Washington, 1792. Maryland Historical Society, Baltimore, MD

Se per Cennino Cennini Giotto “rimutò l’arte del dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno”, così allo stesso modo per Jefferson, Andrea di Pietro della Gondola detto Andrea Palladio “era colui che aveva saputo tradurre la grande architettura romana antica per gli usi del mondo moderno”. Nell’ottocento americano, partendo da uno studio attento e approfondito, lo statunitense utilizza l’architettura del veneto per costruire una nazione nuova, pienamente convinto che “l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé”. 

Se i rapporti tra Jefferson e Palladio sono ormai pienamente condivisi e studiati, a partire dalla monografia di Fiske Kimball e dall’intervento del 1966 di James Ackerman sul «Bollettino del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio», la bella mostra e il rispettivo catalogo: “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” (visibile fino al 28 marzo 2016 presso le sale del Palladio Museum di Vicenza), aggiornano un argomento dallo straordinario interesse e dalla notevole importanza. Con un linguaggio cristallino, un allestimento superbo, e un comitato scientifico di straordinario livello, i due curatori (Guido Beltramini e Fulvio Lenzo) riescono in quello che risulta essere ormai impossibile: parlano ad un pubblico ampio senza mai perdere il rigore di un ferreo programma scientifico.

Beltramini riesce ancora una volta (lo aveva già fatto con la creazione dello stesso Palladio Museum e con alcune mostre come quella dedicata a Bramante) in una impresa ardua e mai semplice: illustrare un materiale difficile come quello della storia dell’architettura. Lo fa con il corposo utilizzo di straordinari modelli degli edifici palladiani e americani, ma sopratutto con il sapiente alternarsi di riproduzioni originali dei disegni di Jefferson (frutto di una corposa ricerca negli archivi della Massachussetts Historical Society di Boston e nella biblioteca della University of Virginia di Charlottesville) alternati alle belle e delicate foto di Filippo Romano.

Thomas Jefferson, campus della Università della Virginia, Charlottesville.  Photo © Filippo Romano

Thomas Jefferson, campus della Università della Virginia, Charlottesville.
Photo © Filippo Romano

Come si legge dalla prefazione al catalogo dei due curatori: “Le stagioni della relazione fra Jefferson e Palladio sono ripercorse privilegiando il filo delle affinità di visione nel loro progetto di costruire un mondo nuovo basato sull’esempio degli antichi. Come si ritrova nei progetti di Jefferson per architetture pubbliche a scala diversa, dal Campidoglio di Richmond alla fondazione della città di Washington, sino alle proposte per la rigorosa griglia a maglie quadrate della Land Ordinance, da utilizzare come base per l’avvio di una sistematica ricognizione e mappatura degli inesplorati territori dell’Ovest e per la formazione di un catasto nazionale finalizzato all’assegnazione delle terre.”

E non esiste esempio migliore di questo scambio di visioni tra i due architetti che il progetto di Jefferson per la grande casa (non più Palazzo Reale) sede del “Mr. President”. L’intellettuale americano, per la prima volta al centro di una esposizione temporanea in territorio europeo, propone per la attuale Casa Bianca, “un progetto (irrealizzato) ispirato direttamente alla Rotonda palladiana”, come scrive Fulvio Lenzo su Il Bo, una architettura però “aggiornata alle innovazioni più moderne, coperta da una grande cupola a spicchi di vetro come quella che aveva visto qualche anno prima nella Halle au Blé di Parigi nel corso del suo lungo soggiorno in Europa (1784-1789)”.  

74225_450Un continuo guardare a Palladio aggiornandolo e arricchendolo, un vero e proprio dialogo tra i due, come quello allestito nelle sale del museo con un delizioso e memorabile teatrino delle ombre (ennesima perla del semplice ma preziosissimo allestimento di Alessandro Scandurra), dove un timoroso Jefferson parla con uno scontroso busto di Palladio che lo rimprovera duramente di non aver rispettato i canoni dettati nei suoi scritti ma soprattutto di non aver mai studiato dal vero le sue opere. Nella risposta di Jefferson sembra riecheggiare la risposta di Beltramini a Elisabetta Povoledo per il New York Times: “He was interested in the Palladian language, in the mathematics (…)” ma sopratutto Jefferson era sia un visionario che un pragmatico, “once he had the syntax encoded in an architectural treatise, he had no need to see the originals”.

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Jefferson guarda Palladio come in uno specchio, affascinato lo studia e se ne impossessa, (non a caso la mostra si apre con un significativo e complesso gioco di ombre e presunti riflessi), progetta ville per se (Monticello) e per gli amici, commissiona al Canova una statua di George Washington (presenti in mostra i tre bozzetti originali) da inserire in un studiatissimo complesso architettonico.

“Una mostra su Jefferson nel Veneto risente della lontananza dai suoi edifici, in Virginia, ma ha il vantaggio di avere intorno quelli di Palladio, da potere usare come “metro” per misurare il carattere innovativo dell’architettura jeffersoniana. Per capire dunque non solo cosa egli prenda da Palladio, ma al contrario in cosa il suo modo di guardare a Palladio sia stato diverso dagli altri, e quale sia stato il suo apporto alla tradizione di lunga durata, multiforme e talvolta persino contradditoria al suo interno, che va sotto il nome – comodo ma impreciso – di palladianesimo. È un modo di capire Jefferson e, al contempo, di riflettere, e quindi di meglio comprendere, lo stesso Palladio.”

2015-09-19 11.34.07Da Vicenza, la città che ha ospitato alcune delle mostre emblema dell’assoluta mancanza di uno rigore scientifico, scatoloni ben poco magici, casse funebri della storia dell’arte, Beltramini lancia un forte messaggio (che mi azzarderei a definire politico): si può realizzare una mostra che parla a TUTTI, con un linguaggio semplice e chiaro, che regala l’unica vera emozione possibile, quella del conoscere e dell’apprendere, con un catalogo edito da Officina Libraria ricco, graficamente curatissimo e dai saggi di altissimo livello (superbo quello di Fulvio Lenzo). Si può realizzare una vera mostra senza prestiti internazionali, senza l’ostensione dei capolavori. Si può, anzi si deve, realizzare una mostra che abbia al centro la cultura vera e la conoscenza. Proprio come Jefferson, prendendo da Palladio, inseriva al centro delle sue città le scuole e le Università. Un mondo nuovo quello di Jefferson. Che sia anche l’inizio di un metodo nuovo di fare mostre?

A presto


FOTO DI COPERTINA: Thomas Jefferson, Virginia State Capitol, Richmond, Virginia, United States – © Filippo Romano

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