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Tintin, Hergè e l’arte.

In una Italia americanofila succede che i capolavori europei della nona arte (così definì il fumetto Claude Beylie nel 1964) non riescano a superare le Alpi. Se poi questi capolavori, oltre che a dilettare le giovani menti, si nutrono di una complessa e straordinaria preparazione culturale e artistica (con annessi risvolti antropologici, sociali e storici) allora vengono quasi allontanati con disgusto dal pubblico italiano. Anche la produzione nostrana poi, di straordinaria qualità disegnativa e contenutistica, che si innalza ben al di sopra del semplice (seppur meritevole) filone americano, in patria sopravvive a fatica in un ambiente esclusivo di pochi affezionati lettori, mentre all’estrero trascina un mercato editoriale florido e in costante crescita (vedasi il dimenticato Hugo Pratt). Succede così che, in Italia, Hergè e la linea chiara siano totalmente sconosciuti, avvolti in quell’alone di indifferenza in cui troppo spesso la penisola relega le eccellenze d’oltralpe. Eppure, nell’intero mondo e in Belgio soprattutto, Tintin e le sue avventure sono protagoniste di un fruttuoso e prolifico mondo culturale e commerciale, fatto di eventi espositivi temporanei, musei dedicati, corsi universitari e pubblicazioni specifiche di alto livello.

Pierre Sterckx L'art d'Hergé. Hergé et l'art Coédition Gallimard / Éditions Moulinsart Format : 235 x 285 mm Reliure : relié sous jaquette Nombre de pages : 240 Nombre d'illustrations : 250 Prix : 35€

Pierre Sterckx L’art d’Hergé. Hergé et l’art Coédition Gallimard / Éditions Moulinsart Format : 235 x 285 mm Reliure : relié sous jaquette Nombre de pages : 240 Nombre d’illustrations : 250 Prix : 35€

Non c’è da stupirsi allora se Rizzoli NewYork e Gallimard (in collaborazione con Moulinsart editore interamente dedicato alla produzione di Hergè) presentino al pubblico in doppia edizione (rispettivamente inglese e francese) l’ultimo saggio di Pierre Stercks (scrittore, storico dell’arte e amico personale di Hergè) dal titolo: L’Art d’Hergé. Hergé et l’Art” accompagnato da una piccola esposizione alla Somerset House di Londra (Tintin: Hergé’s Masterpiece, fino al 31 gennaio 2016).

La mostra attraverso le sue tre sezioni esplora l’evoluzione dell’opera di Hergé, dalla semplicità delle prime strisce per i giornali quotidiani o settimanali, ai lavori più complessi o ormai pienamente maturi dei libri successivi. Attingendo a piene mani dagli archivi del Museo Hergé alle porte di Bruxelles (più precisamente a Louvain-la-Neuve), “TINTIN: Hergé’s Masterpiece” presenta schizzi a matita, disegni preparatori e acquerelli, al fianco delle tavole complete di straordinaria qualità artistisca. La mostra inoltre mette in luce la straordinaria passione di Hergè (al secolo Georges Remì) per l’architettura e il design, facilmente comprensibile dalla attenta descrizione degli spazi e degli oggetti utilizzati dai personaggi un tutte le sue storie. Modelli e ricostruzioni fedeli di luoghi memorabili, come l’appartamento di Tintin in Rue du Labrador 26 a Bruxelles, sono affiancati alla fedele ricostruzione di uno degli spazi più cari al creatore del giovane reporter: Marlinspike Hall, la casa di campagna del capitano Haddock, una volta di proprietà di suo antenato marittimo, Sir Francis Haddock, fedelmente creata ispirandosi al seicentesco Château de Cheverny.

Una piccola esposizione che affianca l’uscita postuma dell’ultimo lavoro di Stercks (tradotto in inglese da un altro straordinario esperto di Hergè, Michael Farr) introducendo così i lettori ad un testo di grande bellezza e straordinaria qualità, frutto di una ricerca personale seria e pensata, esito di una profonda amicizia e di un grande lavoro di archivio. Se già avevamo conosciuto Stercks per il suo saggio in Le Musée imaginaire de Tintin (1979) e per la sua monografia dedicata alla collezione d’arte di Hergè (Hergé collectionneur d’art, La Renaissance du Livre, 2006) ora ci regala un volume prestigioso (straordinaria la qualità di stampa e ottima l’impaginazione) che ci fa immergere nella produzione dell’artista belga analizzandola secondo il metodo di una vera e propria monografia storico artistica.

Nato nel 1907 vicino a Bruxelles da una famiglia della media borghesia, Georges Remì scopre fin da piccolo, durante gli anni dell’occupazione tedesca nella prima guerra mondiale, la passione per il disegno. Dopo una formazione di forte stampo cattolico, viene assunto nel 1925 dal quotidiano belga Le XXe siècle, mentre sulla rivista dei boy-scout dà vita alla sua prima serie, Le avventure di Totor. La nascita, nel 1928, del supplemento settimanale a fumetti Le petit vingtième, fornisce a Hergè (nome d’arte derivato dalle proprie iniziali e sfruttato in una sempre più consistente produzione di grafica pubblicitaria) l’occasione per liberare il suo estro, disegnando prima Les Aventures de Flup, Nénesse, Poussette et Cochonnet, su testi di vari giornalisti, e successivamente creando autonomamente un nuovo fumetto.

Georges Remì, Hergè, Il drago blu, 1936, © Hergé-Moulinsart 2015 © Hergé-Moulinsart 2015

Georges Remì, Hergè, Il drago blu, 1936, © Hergé-Moulinsart 2015

Nel gennaio del 1929 vede così la luce Tintin, personaggio destinato ad entrare nella storia del fumetto: si tratta di un giovane giornalista la cui prima avventura si svolge nella discussa e semisconosciuta Unione Sovietica. La vicenda è una satira politica, che esprime la sfiducia di Hergé nell’ormai ex impero Russo e deride duramente la sua pretesa di avere una fiorente economia. Una storia antisocialista, propagandistica e diffamatoria dettata dalla forte influenza dell’abate Wallez (direttore del quotidiano cattolico) che vede nel giovane artista  il potente mezzo per veicolare un forte messaggio politico. Secondo Pierre Stercks, Hergé “pienamente inserito nello stampo coloniale dominante del tempo”, privo cioè di una vera visione oggettiva delle cose, ma vittima anch’esso della propaganda di stato, arriva così a scrivere e disegnare Tintin in Congo nel 1931 (fumetto accusato più volte di razzismo)  e successivamente  anche Tintin in America (1933) dimostrando tutto il suo chiaro anti americanismo tipico della destra cattolica del tempo.

Il clima scanzonato e politicamente superficiale delle prime avventure di Tintin viene però messo da parte con Il drago blu, pubblicato nel 1936: stimolato dalla conoscenza di un gruppo di cinesi che studiano a Bruxelles, e in particolare di Chang Chong-Jen, iscritto all’Accademia di Belle Arti, Hergé decide di approfondire la conoscenza dei luoghi in cui ambienta le storie del suo personaggio, studiando a lungo la cultura cinese e maturando una profonda avversione, che emerge anche dalla storia a fumetti, per la politica coloniale del Giappone in quell’area: questo rappresenta un deciso passo avanti come autore per Hergé (in Tintin in Congo sembrava addirittura plaudire all’imperialismo europeo in Africa) che, scrive sempre Stercks, “smette di essere semplice eco dei luoghi comuni, per impegnarsi nell’arte del romanzo”.

Prova di ciò è il discusso Tintin e lo scettro di Ottokar, dove traspone abilmente l’annessione dell’Austria da parte di Hitler nel 1938 lasciando trasparire una severa polemica e una seria avversione alla politica nazista, la quale chiuderà nei mesi successivi il supplemento illustrato obbligandolo a passare a Le soir, spostando le avventure di Tintin su temi completamente slegati dall’attualità (Tintin e il granchio d’oro), continuando a pubblicare storie gli varranno la frettolosa accusa di collaborazionismo nell’immediato dopoguerra.

Hergè

© Hergé-Moulinsart 2015

Nel settembre 1946, finito il periodo di ‘purgatorio’, Hergé può quindi lanciare un nuovo settimanale a fumetti che prende nome proprio da Tintin e dove vengono pubblicate le nuove avventure del piccolo giornalista, poi raccolte in volume. Con storie raccontate in un doppio album (Il segreto dell’Unicorno e Il tesoro Rackham il rosso,  Le sette sfere di cristallo e Il Tempio del Sole o più tardi ancora con i quasi profetici Obiettivo Luna e Sulla Luna) l’artista cambia il ritmo e il racconto delle sue avventure rinnovando la propria mano e semplificando, il tratteggio a favore di un arricchimento di particolari, fonda definitivamente quello straordinario linguaggio grafico ormai noto come linea chiara, connotato da alcune caratteristiche salienti, tra cui nitidezza, luminosità e colore.

Con Coke en stock (1958), Hergé rilancia Tintin nella “sua ricerca di giustizia e di difesa degli oppressi” e raggiunge uno stato quasi spirituale con Tintin in Tibet (1960). Nel 1976, forse stanco del suo personaggio, uscito fuori da una forte depressione e appena risposato con la seconda moglie, Hergè inizia a collezionare arte contemporanea (da sempre profondamente amata) e a viaggiare, raggiungendo i luoghi già studiati in precedenza per la scrittura delle sue storie, pubblica così Tintin e i Picaros storia non priva di una straordinaria attenzione alle questioni sociali e politiche del suo tempo e di una sempre immaginata America latina. In questi anni l’arte contemporanea diventa una vera ossessione per Hergè (che continua i suoi acquisti) tanto da diventare oggetto della sua ultima storia Tintin e l’Alph Art rimasta purtroppo incompiuta (1979) a causa della leucemia di cui soffriva da alcuni anni.

Il libro descrive ampliamente l’amore di Hergè per l’arte contemporanea e la sua ampia collezione (Hans Holbein, Jean Dubuffet, Joan Mirò, Lucio Fontana, Serge Poliakoff, oltre a Andy Warhol che lo scelse come soggetto di alcune serigrafie oggi esposte a conclusione del percorso del Museo Hergè), appassiona il lettore portandolo ad analizzare le geniali invenzioni figurative derivate dal cinema, riprodotto su carta non come una mera formula, ma spaziando e creando veri e propri omaggi ai più grandi registi del tempo da Alfred Hitchcock ai primissimi film di Luchino Visconti. Stercks accompagna il lettore di là dai semplici ricordi d’infanzia legati alla passione per il giovane reporter, ci fa comprendere la qualità disegnativa dell’artista e delle sue composizioni, ci avvicina ai personaggi e alle loro poliedriche personalità, che lentamente ma inesorabilmente, sembrano assumere una vita propria e, infine, lasciare andare definitivamente la personalità del loro creatore.

© Hergé-Moulinsart 2015

© Hergé-Moulinsart 2015

Uno dei segni della grandezza di Hergè come artista e protagonista fondamentale della scena artistica del Novecento è proprio “la capacità di evocare personaggi che sono più grandi della vita, capaci di muoversi e di spostarsi loro stessi indipendentemente dall’autore, e che portano un vivo senso della realtà nel loro mondo immaginario” (Philippe Godin).

In 230 pagine si riafferma ciò che all’estero è già ampiamente risaputo: cioè come Hergè e il suo Tintin non siano in realtà una semplice rappresentazione sequenziale di una storia per bambini ma risultato di un profondo studio e una accurata preparazione tecnica e contenutistica, che ha ben poco a che fare con il mondo dell’infanzia. L’arte di Hergè, influenzata e formata dal rapporto di Hergè con l’arte, trova di nuovo spazio in un volume dedicato sia agli appassionati cultori del reporter, sia ad avveduti storici dell’arte.

A presto


FOTO DI COPERTINA: © Hergé-Moulinsart 2015 – Foto tratta dalla cartella stampa della mostra “TINTIN: Hergé’s Masterpiece“.

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