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«Perché non parli!?»

Nella storia dell’umanità la rappresentazione della realtà, la mimesi della natura, è da sempre stata uno degli obiettivi primari del fare artistico. L’uomo, quasi ammaliato dal vero, ha da sempre tentato di rappresentare con i proprio mezzi se stesso, in un anelito di creazione e sostituzione al divino. La scultura in particolare tra le arti, permetteva agli artisti di copiare il mondo non solo nei colori e negli effetti illusionistici ma anche, e sopratutto, nello spazio.

Il Liebieghaus Skulpturensammlung di Francoforte dedica una interessante esposizione all’affascinante tradizione della scultura iper-realistica. Fino al 1 marzo 2015, “True to Life. Veristic Sculpture and the Engineering of Illusion” offre al visitatore intuizioni affascinanti tra gli sforzi intrapresi da artisti di diverse epoche stilistiche per la realizzazione di volti, sottoforma di rappresentazioni scultoree, il più fedeli possibile alla realtà. Il confronto tra cinquantadue opere di diversi secoli, trasmette un’impressione unica e completa di questo fenomeno storico-artistico, portando il visitatore (e non lo spettatore come troppo spesso accade in Italia) a scontrarsi con opere straordinariamente potenti, a volte irritanti se non addirittura scioccanti.

 John de Andrea (* 1941) Ariel II, Denver, 2011 Bronze, painted /oder polychomed, h: 172,7 cm, w: 55,9 cm, d: 43,2 cm Louis K. Meisel Gallery, New York Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung © Courtesy, Louis K. Meisel Gallery


John de Andrea (* 1941)
Ariel II, Denver, 2011
Bronze, painted /oder polychomed, h: 172,7 cm, w: 55,9 cm, d: 43,2 cm
Louis K. Meisel Gallery, New York
Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung
© Courtesy, Louis K. Meisel Gallery

La giustapposizione di numerose opere, provenienti da una grande varietà di epoche stabilisce, crea connessioni sorprendenti e fornisce un’ottima idea delle tradizioni tecniche di realizzazione, spesso trasmesse durante i millenni e che, solamente in parte variate, sono impiegate dagli artisti fino ad oggi. Grazie ai prestiti dal Musée du Louvre di Parigi, dal Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam,  Museo del Prado di Madrid, Kunsthistorisches Museum di Vienna e dal Museo Egizio di Berlino, la mostra chiarisce (con una sorprendente capacità didattica) gli sforzi globali degli artisti di progettare, nel tortuoso cammino della storia, la perfetta illusione e la maggiore “realisticità” della figura umana raggiungibile.

Quando ci si occupa di iperrealismo lo storico dell’arte e non solo non può non pensare alla tradizione tipicamente americana di fine anni sessanta che trova le sue radici nel Precisionismo degli anni venti, cui aderirono artisti del calibro di Charles Sheeler, autore di vedute di città, dipinte con la nitidezza degna della fotografia e dalle quali la presenza umana era totalmente bandita. Qualche tempo dopo seguiva la stesa linea anche Eward Hopper, con i suoi paesaggi e i suoi personaggi, sempre dettagliatamente descritti, immersi in una atmosfera di fortissima attesa resi con un senso di profonda tensione. Gli Stati uniti sono dunque il luogo chiave per questa nuova tendenza, sia per gli artisti che vi si dedicano, sia per il riconoscimento che istituzioni pubbliche e private le tributano con una serie di importanti mostre, dove compaiono le opere di autori come Duane Hanson o John De Andrea che ci colpiscono per il loro aspetto talmente realistico da risultare destabilizzante.

Ma la mostra tedesca, partendo proprio dalla contemporaneità, vuole far comprendere ad un ampio pubblico come gli effetti straordinariamente illusionistici di numerose sculture non sono un fenomeno nuovo ma vantano una storia di 4.500 anni. Per sottolineare questo contesto, l’esposizione non presenta le opere in un allestimento cronologico, ma divise e inframmezzate con la ricca collezione permanente di sculture del Liebieghaus. Già dell’antichità si era visto l’uso di parrucche a base di capelli naturali, abiti su misura da tessuti originali, e decorazioni  finalizzate a rendere le figure realistiche. Indipendentemente dal materiale di base della scultura – che si tratti di legno, pietra, metallo, cera, o resine sintetiche – metodi molto simili sono utilizzati ancora oggi. La presentazione contemporanea di oggetti di epoche diverse quindi, riesce a tracciare un arco dall’antichità ai giorni nostri di straordinario valore, frutto di anni di ricerca magistralmente condotte da Stefan Roller e dal restauratore Harald Theiss.

L’insolito confronto è imperniato sull’utilizzo di mezzi tecnici utilizzati dagli artisti per dare alle proprie opere scultoree un’aderenza al reale il più possibile veritiera. Questo è il motivo per cui la mostra è organizzata secondo le procedure tecniche, modi e mezzi del mestiere. “Si è deliberatamente scelto di concentrarsi su aspetti tecnici e metodi artigianali degli scultori per la produzione di opere veriste, la presentazione propone un nuovo ed emozionante percorso all’interno di un campo finora  troppo poco studiato all’interno della storia della scultura” dice il Dr. Stefan Roller, curatore della mostra e direttore del Dipartimento Medioevo della collezione Liebieghaus.

 Jesus child from the Ursulinen convent St. Joseph in Landshut Southern German, 16./18. Century Wooden manikin, original version, glass eyes, wool hair, textiles, among others Ursulinenkloster St. Joseph, Landshut Photo: Thomas Dashuber © Diözesanmuseum Freising


Jesus child from the Ursulinen convent St. Joseph in Landshut Southern German, 16./18. Century
Wooden manikin, original version, glass eyes, wool hair, textiles, among others
Ursulinenkloster St. Joseph, Landshut Photo: Thomas Dashuber
© Diözesanmuseum Freising

L’evento espositivo inizia nelle sale della collezione di antichità con la presentazione di una figura insolitamente alta (71 centimetri) con arti mobili: mentre la parte inferiore in legno intagliato del Bambino Gesù (Landshut, Monastero delle Orsoline) risale presumibilmente  al XVI secolo, la parte superiore è chiaramente di epoca barocca. Perfettamente simile al vero, la testa è completata con occhi di vetro bianco fuso con iridi scure di straordinaria fattura e capelli veri. Questa sezione della mostra, che vuole porre una particolare attenzione alla ricchezza dei materiali e al mantenimento delle tecniche di lavorazione attraverso i secoli, contrappone La donna ebrea di Algeri (c. 1862, Amsterdam, Van Gogh Museum) dello scultore francese Charles Henri-Joseph Cordier (1827-1905) – che combina materiali come il bronzo, onice, smalto, e ametista – con Busto di donna africana del francese Nicolas Cordier (1567–1612) realizzato in pietra e realizzata circa duecento anni prima.

Queste opere sono nuovamente collegate a quelle sumere ed egizie della collezione Liebieghaus e alla produzione in marmo e bronzo greca e romana conservata nelle stesse sale grazie ad Ariel II (New York, collezione privata), un nudo femminile di bronzo dipinto proveniente dagli Stati Uniti e realizzato dallo scultore John De Andrea nel 2011, che ai nostri occhi di contemporanei sembra incredibilmente reale e fornisce il collegamento al presente all’interno di questa selezione nella prima sezione della mostra.

Nella raccolta  di opere medievali l’attenzione è invece rivolta alla scultura dipinta più che abbigliata. Sia su legno, pietra, marmo, o in bronzo, la creazione di una imitazione e l’illusione della pelle umana si colloca tra le più importanti tecniche dei veristi. L’immensa importanza della pittura per il massimo impatto realistico delle sculture è documentata da esempi impressionanti come un tarda testa medievale di Cristo (Champagne, inizi del XVI secolo, Parigi, Louvre) e un Ecce Homo (1679, Valladolid, Museo de Escultura) dell’artista barocco spagnolo Pedro de Mena (1628- 1688).

Michel Erhart and workshop Saint Barbara, around 1490 Basswood, original version, partially bypassed, object dimensions: 45 x 31,5 x 20 cm Liebieghaus Skulpturensammlung, Frankfurt am Main Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung Property of Städelscher Museums-Verein e.V.

Michel Erhart and workshop
Saint Barbara, around 1490
Basswood, original version, partially bypassed, object dimensions: 45 x 31,5 x 20 cm
Liebieghaus Skulpturensammlung, Frankfurt am Main Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung
Property of Städelscher Museums-Verein e.V.

La soluzione originale a colori per un busto di Santa Barbara (Frankfurt am Main, Liebieghaus Skulpturensammlung) dello scultore Michel Erhart (1440/1445 -1522) è stata minuziosamente ricostruita in termini tecnici ed ottici appositamente per questa mostra come mezzo di analisi del materiale scientifico ed esperimento pratico. La ricostruzione non solo trasmette un’idea di imitazione sorprendentemente veritiera della pelle della santa, ma ha permesso anche di ripristinare le varie applicazioni di colori audaci della scultura. Così, la mostra tedesca raccoglie l’eredità tematica delle precedenti esposizioni del Liebieghaus quali “Dei a colori. Scultura dipinta dell’antichità classica” (2008/2009), “Niclaus Gerhaert. La scultura medioevale” (2011/2012), o la recentissima “Back to Classic. Grecia antica riconsiderata” (2013), ognuna delle quali ha fornito contributi essenziali per le indagini sulla policromia delle sculture dell’antichità e del Medioevo.

Se alcune sale della mostra sono dedicate alle applicazioni di capelli in epoche diverse, volte a dotare le sculture di un aspetto vitale (la gamma di esempi spazia dalle opere del tardo gotico o figure dal XVII, XVIII e XIX secolo in legno, cartapesta, cera provenienti da varie collezioni pubbliche e private fino diverse opere contemporanee) altre sono invece riservate all’uso molteplice di argilla, gesso e cera e ai loro effetti sorprendentemente veristi, che hanno portato numerosi artisti contemporanei a sceglierli per le proprie creazioni. E così La dolente dello scultore italiano Guido Mazzoni (1450-1518) prestata eccezionalmente dei Musei civici di Arte Antica di Ferrara può essere esposta accanto alla resina di Duane Hanson (1925-1996) realizzata in poliestere (1974, Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen) o allo scultore australiano Ron Mueck, confondendosi senza troppe fatiche tra busti di cera del XVII, XVIII e XIX secolo realizzati con qualità quasi fotografica.

 Guido Mazzoni (around 1445–1518) Head of a Franciscan Clay with original polychromy, height: 24.5 cm Museo dell’Osservanza, Bologna Photo: Paolo Terzi


Guido Mazzoni (around 1445–1518)
Head of a Franciscan
Clay with original polychromy, height: 24.5 cm Museo dell’Osservanza, Bologna
Photo: Paolo Terzi

Gli spettatori sono sempre stati affascinati dal fenomeno di sculture ingannevolmente realistiche. Spesso questo era l’effetto espressamente desiderato per le opere utilizzate nel contesto di complessi riti liturgici processionali o, presentate con altre figure, come parte di altari realizzati per particolari occasioni festive. Queste diverse funzioni delle sculture, in gran parte rimosse dai loro contesti originali, possono difficilmente essere accertate oggi, anche se la deliberata messa in scena e gli effetti ottenuti con esse sono stati sempre parte della loro intenzione originale. Ma l’idea della scultura come forma pura, ampiamente determinata dal fraintendimento del Rinascimento italiano e dal successivo gusto del Classicismo seicentesco, caratterizzata dall’amore per il bianco candido (ma erroneo) delle sculture antiche, ha portato gli storici dell’arte ha occuparsi solo in minima parte alle produzioni scultoree veriste. Non stupisce quindi che le colorate sculture medievali siano state sistematicamente screditate nel XVI e XVII secolo. Sarà solo con l’emergere di opere plastiche iperrealistiche di scultori contemporanei di spicco infatti, che è possibile incontrare nuovamente una risposta positiva più ampia e una nuova attenzione storico-artistico su questo fenomeno millenario. Anche per questo motivo, la mostra si sforza di presentare una selezione altrettanto profonda e unica di sculture veriste che, con il loro potere illusionistico e tecniche molteplici, offrono una visuale affascinante della storia e dello sviluppo della scultura in tutte le sue sfaccettature.

In una famosa intervista del 1970 John De Andrea, straordinario artista iperrealista della scena americana dei primi anni Settanta, guardando le sue opere disse solamente “Vorrei che respirassero”. La memoria corre subito a Michelangelo, quando  ammirando il suo Mosè, estasiato dalle forme tanto realistiche dell’imponente scultura, si dice sia stato colpito da un violento eccesso d’ira e colpendo veementemente con un martello il ginocchio del personaggio biblico abbia esclamato in lacrime la celebre frase: «Perché non parli!?».

Tra i due più di trecento anni sono passati ma l’obiettivo del vero ha invaso con egual forza entrambi. Forse, continuando ciò che a Francoforte hanno avuto il coraggio di iniziare, è ora che la storia dell’arte si dedichi senza paura ad una nuova lettura della produzione scultorea.

A presto


Immagine di copertina: Master IPS, alpine region, Flagellation of Christ (detail), wood, polychromy 18th century, glass eyes Landesmuseum Württemberg, Stuttgart, Photo: P. Frankenstein, H. Zwietasch; Landesmuseum Württemberg, Stuttgart

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