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Arte e Filosofia – Il potere delle immagini

Le curve sono troppo cariche d’emozione.

Piet   Mondrian

Chi scrive un mese fa è dovuto uscire dalla bella mostra organizzata presso Villa Reale a Monza su De Chirico perché quelle tele suscitavano in lei un certo senso di inquietudine.

Per consolarla la sua accompagnatrice le disse che pure a lei succede sempre lo stesso, ma con Dalí: non riesce a vedere le sue opere, la fa stare male.

Come a me, anche a voi sarà sicuramente successo di essere affetti emotivamente da qualche opera d’arte, anche senza essere caduti negli eccessi di chi mutila le sculture, lacera le tele, piange alla loro vista o organizza veri e propri viaggi per andare a vederle (recentemente una mia amica ha organizzato con la famiglia un viaggio di cinque giorni lungo l’Italia con lo scopo di riuscire a vedere il maggior numero di opere di Piero della Francesca).

Conosco altri che hanno utilizzato immagini per comunicare al partner un determinato messaggio, esprimere un ringraziamento o dichiarare il loro amore.

Questo accade sia nelle società che ci permettiamo “primitive” che nel nostro “bel” mondo occidentale. Il modo in cui noi stiamo di fronte a un’immagine è costituito da una reazione patica che tutta la cultura occidentale ha cercato di censurare. Per una questione di igiene linguistica, chiariamo fin da subito che con patico si intende quella dimensione in cui l’uomo viene affetto dalle passioni, tanto dolorose quanto di gioia: patico non significa né affettivo né sentimentale ma riguarda piuttosto il modo in cui sentimenti ed emozioni mi affettano, mi modificano.

Leggiamo a tal proposito un passaggio della Storia Etiopica di Teagene e Cariclea, romanzo greco del III secolo scritto da Eliodoro, sulla nascita della protagonista, Cariclea, la cui madre descrive la camera da letto del palazzo reale in cui fu concepita come “decorata con quadri raffiguranti gli amori di Perseo e Amdromeda”.

Dopo che Idaspe era mio marito da dieci anni e non avevamo avuto figli, un pomeriggio d’estate ci trovammo a riposare (…) e in quell’occasione tuo padre giacque con me (…) e a poco a poco mi resi conto di avere un bambino. Tutto il periodo successivo, fino al momento del parto, venne mantenuto sacro, e furono offerto agli dei sacrifici di ringraziamento, in quanto il Re sperava ora di avere chi gli succedesse nel regno. Ma tu nascesti bianca, un colore strano per gli Etiopi. Io ne sapevo la ragione: mentre tuo padre era con me, io fissai il quadro di Andromeda nuda (…) e così per disgrazia generai subito qualcosa di simile a lei.[1]

Soffermiamoci ora su alcune considerazioni sulla pittura di Giulio Mancini.

Dopo una discussione tecnica sulla collocazione dei dipinti negli ambienti per l’arredo delle camere da letto egli suggerisce che:

Le cose lascive affatto si metteranno ne’ luoghi ritirati, e, se disse padre di famiglia, le terrà coperte, e solo alle volte scoprirle quando vi anderà con la consorte o persona confidente e non scrupolosa. E si il pittur lascive in simil luogo ove si trattenga con la consorte sono a proposito, perché si il veduta giova assai al l’eccitamento e al far figli belli, sani e gagliardi (…) non perché l’immaginativa imprima nel feto, che è materia aliena dal padre e dalla madre, ma perché l’uno e l’altro parente per simil veduta imprimono nel loro seme, come in parte propria, una simil constitution come s’è impressa per la veduta di quell’oggetto e figura. (…) E pertanto la veduta di simil figure et oggetto di buona formazione et buona temperatura, rappresentata per il colore, giova molto in tempo di questi ritrovamenti, ma però non devono esser viste da fanciulli e zitelle, né da persone esterne e scrupolose.[2]

Non si può non cogliere l’attualità di questo testo che, decontestualizzato e trasformato in un italiano corrente potrebbe quasi indurci a pensare che si stia parlando di riviste pornografiche.

Mimmo Jodice - Figure dal Mare

Mimmo Jodice – Figure dal Mare

In Il potere delle immagini, David Freedberg[3] fornisce moltissimi esempi di come in passato le immagini venissero utilizzate per suscitare nel fruitore una certa reazione: era consuetudine per esempio mostrare alle bambine immagini di sante sperando che esse vi fossero ispirate, piuttosto che esporre condannati a morte alla vista di tavolette (note anche come tavoluccie) raffiguranti scene della passione di Cristo da un lato e di un martirio — in rapporto più o meno stretto con la punizione loro riservata — dall’altro, nella speranza che questo avrebbe ispirato il condannato , purificandolo nell’animo[4].

Ciò che accomuna i passaggi ad ora presi in considerazione sull’efficacia positiva o biasimevole delle immagini è la convinzione che i soggetti, i corpi rappresentati, godano in qualche misura dello status di corpi vivi.

Ovvero, le immagini sono in grado di spaventare, eccitare — e molto altro —, come dimostrano chiaramente le varie funzioni che nel corso della storia hanno assolto, stimolando un peculiare tipo di rapporto da parte di chi le guarda.

Assumere questo punto di vista comporta per lo storico dell’arte il ribaltamento dell’atteggiamento consueto per cui un’immagine viene letta, discussa e valutata prevalentemente — se non soltanto — in ragione delle sue valenze estetiche.

Ecco quindi che le nozioni di bello e brutto perdono di significato e cedono il posto ad altri valori collegati al tipo di reazione emotiva provocata nel fruitore.

Inoltre così facendo viene a decadere la tradizionale gerarchia tra opere d’arte “colte” e immagini “popolari”: tutte le immagini assolvono questa funzione, si tratti di cartelloni pubblicitari o quadri d’epoca.

Quello che conta sono i significati che nel corso dei secoli l’immaginazione popolare ha attribuito a certe rappresentazioni, che diventano così capaci — a seconda dei casi — di fare miracoli, eseguire incantesimi o stregonerie, eccitare sessualmente o indurre meditazione mistica.

È però bene ricordare che non sempre e soprattutto non da tutti, il potere delle immagini è stato amato.

Il secondo concilio di Nicea (787) fu convocato su richiesta di Papa Adriano I dall’imperatrice d’Oriente Irene, con lo scopo di deliberare sul culto delle immagini.

Il contesto storico è quello del ben noto dibattito sull’iconoclastia ( dal greco eikon -immagine- klao -rompo-), movimento di carattere politico-religioso la cui base dottrinale è sostanzialmente basata sul timore che la venerazione delle icone sfoci in idolatria (anche detta iconolatria).

Dal concilio uscì una dura condanna a questo movimento, che porto al ripristino del culto delle immagini.

Anche questo evento mostra come le immagini abbiano un potere che prescinde da ciò di cui l’immagine è raffigurazione.

Il lavoro su attorno ad essa è sempre stato incentrato sulla sua possibile potenza sensibile: non a caso infatti Mondrian e Kandinsky iniziarono la loro carriera realizzando disegni di una sorprendente precisione iconica, quasi ossessiva.

Oggi, in un mondo in cui soffriamo da una ipertrofia di esposizione all’immagine ci siamo quasi dimenticati che essa contribuisce a fare questa realtà.

Essa gode di una sua potenza che viene prima di ciò che raffigura.

L’immagine, per esempio, della famiglia felice è un’assoluta costruzione retorica, non ci sarebbe certo famiglia felice senza qualcosa che la raffiguri: l’immagine crea la famiglia felice.

E voi, che ne pensate?


[1] Eliodoro, Aethiopica, 4.8

[2] G. Mancini, Considerazioni sulla pittura, a cura di A. Marucchi con commento di L.Salerno, vol I, Roma 1956, p.143.

[3] D. Freedberg, The Power of Images. Studies in History and Theory of Response, University of Chicago Press, Chicago, 1989; trad. it. Di Giovanna Perini, Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, piccola bibliotecs Einaudi, Torino, 1993.

[4] Ivi, pp. 18-19.


FOTO DI COPERTINA: Beneath the Roses, Gregory Crewdson, 2003, 30.5 x 40.6 cm, Digital chromogenic print

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