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Olgiati alla Collezione Olgiati

Questo blog mi sta regalando tantissimo. Nuove amicizie, straordinarie opportunità, importanti esperienze di vita. Dopo due anni la passione che ho riversato (spero senza tediare nessuno) in questo spazio virtuale, mi sta ripagando con grandi ed inaspettate gioie. Attraverso “lui” sono cresciuto, sono cambiato (per alcuni troppo, per altri troppo poco), ma sopratutto ho aggiunto piccoli e grandi mattoni per la costruzione della mia formazione.

Ho capito infatti che la vita di tutti noi è fatta di incontri. Nel continuo inesorabile scorrere del tempo, quello di cui sempre ci lamentiamo e del quale già Seneca così bene scriveva, incontriamo persone che ci formano, ci cambiano e ci segnano. Non è certamente questo il luogo per citare tutti gli incontri che già ora, che ho 23 anni, percepisco come fondamentali, troppi ne ho fatti dei quali capirò l’importanza solo quando nuove ore saranno passate e troppi pochi invece quelli che riesco a valutare e storicizzare senza l’impietoso giudizio morale del presente. A volte capita però che brevissimi incontri segnino profondamente. Capita che salutata una persona, usciti da un luogo, si riesca a percepire nitidamente di essere stati nel posto giusto al momento giusto e che quella persona, con la quale si è parlato, chiacchierato, a volte (perché no) anche discusso, rimanga impressa nella nostra vita.

Mi è successo ciò il 26 settembre scorso, durate la presentazione della mostra “Bramatino, l’arte nuova del rinascimento lombardo” nella città di Lugano. Dopo una mattina immersa nelle questioni attributive di un periodo ancora troppo poco affrontato nella storia dell’arte moderna, sono stato catapultato (con quella che mi sembrava una mossa assai ardita e che invece non finirò mai di ringraziare) in uno straordinario e (mi si passi il termine) “privatissimo” scrigno di arte contemporanea. Ed è qui, tra Alighiero Boetti, Anish Kapoor, Douglas Gordon, Karl Haendel, Sterling Ruby e Not Vital (solo per citarne alcuni) che ho avuto il mio incontro.

I coniugi Olgiati

I coniugi Olgiati

Con una gentilezza e una cortesia rara (quasi d’altri tempi), ad accoglierci nell’innovativo spazio -1, sul lungolago di Lugano, nella Collezione d’arte contemporanea Olgiati, ci sono proprio loro: Giancarlo e Danna Olgiati. Da quello che intuisco, per i due coniugi e per gli altri giornalisti presenti in quel caldo pomeriggio di fine settembre, la loro presenza non deve essere una novità. I coniugi Olgiati presenziano sempre alle conferenze stampa e alle preview della loro esposizioni, attivi come pochissimi altri nella promozione dell’arte e della contemporaneità nel Canton Ticino e non solo, fermamente convinti che Lugano possa diventare, come le altre città svizzere, meta e punto obbligato di passaggio per tutti coloro che vogliono studiare e acquistare arte contemporanea, sorridono emozionati, consapevoli di essere i  lungimiranti creatori di una collezione di straordinaria importanza, che ogni anno presenta al pubblico una nuova mostra temporanea.

E proprio dall’esposizione appena inaugurata (visitabile gratuitamente fino al 7 dicembre 2014) che Danna Olgiati inizia il percorso all’interno della collezione. Il titolo, PINK, non lascia spazio a dubbi su chi siano le protagoniste indiscusse. Un inedito corpus di opere di donne (prima ancora che artiste) viene presentato, con un allestimento magistrale progettato dalla stessa collezionista, in dialogo con i capisaldi che costituiscono il nucleo permanente della collezione. L’esposizione, che vuole anche essere un omaggio all’artista italiana Carla Accardi purtroppo recentemente scomparsa e con la quale i coniugi Olgiati avevano uno stretto rapporto di amicizia, riunisce le opere di artiste donne, “diverse per generazioni eppure affini nella loro straordinaria incidenza sulla scena artistica in cui agiscono”.

Carla Accardi Oriente 1964 Olio su tela 160 x 210 cm  -1, Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano

Carla Accardi
Oriente
1964
Olio su tela 160 x 210 cm
-1, Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano

Partendo dalla già citata Carla Accardi (1924-2014) presente in mostra con alcune delle sue più importanti creazioni, si passa attraverso le realizzazioni di Kerstin Bratsch (1969), Heidi Bücher (1926-1993) e Niki De Saint Phalle (1930-2002) alle opere di Chiara Dynys (1958), Shannon Ebner (1971), Mona Hatoum (1953), Rebecca Horn (1944), Roni Horn (1955), Liz Larner (1960), Marisa Merz (1926), Paola Pivi (1971), R.H. Quaytman (1961), Pamela Rosenkranz (1979), per concludere con Tatiana Trouvè (1968) e Rachel Whiteread (1963).

Quando una giornalista chiede alla Signora Olgiati il perchè di questo titolo la riposta è fulminante: “L’arte delle donne non è rosa ma PINK. PINK è colore, non è materia, non è sostanza, non è messaggio. Ma è forza, evidenza, vivacità, un clin d’oeil, un sorriso un po’ sfacciato, un gioco. PINK non passa inosservato, è l’unicità che risalta nella massa, è un modo di vedere il mondo“.

E continua spiegando chiaramente come il progetto espositivo PINK si interroghi su una questione fondamentale: che cosa significa oggi “arte astratta”? Venuta meno la fondamentale opposizione tra astrazione e figurazione che ha caratterizzato le avanguardie del XX secolo, quali forme di astrazioni sono oggi possibili? In un’epoca in cui la pratica pittorica sembra aver perso il suo primato e le tecniche digitali hanno preso il sopravvento, come può ridefinirsi la pratica dell’astrazione? La mostra pone tali quesiti nella prospettiva dell’universo femminile. PINK indaga la legittimità della distinzione maschile/femminile nella pratica artistica contemporanea.

Danna e suo marito Giancarlo Olgiati sanno bene cosa vuole dire non passare inosservati, cosa significa essere parte di quella unicità che risalta nella massa e la loro collezione non lo dichiara, lo urla in ogni sua opera. Giancarlo Olgiati, svizzero ma di origini italiane (il trisavolo, direttore della Zecca di Milano al tempo degli austriaci, libero pensatore e scrittore sul «Caffè» con Verri e Beccaria dovette rifugiarsi in Ticino, dal quale tornò poi il bisnonno: docente di Diritto penale alla Normale di Pisa) inizia la sua passione nel 1962 quando giovane avvocato, il padre lo manda a Düsseldorf, appena laureato, per imparare a lavorare e a vivere. 

“In quegli anni” racconta Olgiati in una bella intervista di Ginevra Bria per ARTRIBUNE “alla galleria Shmela vidi per la prima volta i blu di Klein: fu una folgorazione che mi aprì in via definitiva la mente al contemporaneo e mi mise in cerca delle grandi avanguardie. Sebbene ancora non potessi permettermi di acquistare nulla. Solo nel 1975, grazie anche all’influenza del Nouveau Réalisme, ma soprattutto di Arman e delle allures d’objet, mi avvicinai al Futurismo. Fu così che nel 1985 mi venne consigliata la Galleria Fonte d’Abisso. Quando entrai rimasi folgorato: ero arrivato fin lì per cercare dipinti di Balla e invece continuavo a guardare Danna, uno dei tre soci dello spazio. Fu proprio lei a consigliarmi di girare lo sguardo di 180 gradi per guardare alla parete una magnifica Velocità su vetro del 1913. Da quel momento, sulla scia di una ricerca comune e con quel dipinto di Balla, è stato sancito il nostro sodalizio che da allora non si è più interrotto.”

Un matrimonio collezionistico o una collezione matrimoniale che giunge ora al bivio della storicizzazione come mi ha spiegato il collezionista stesso accompagnandomi sotto braccio per le sale dell’esposizione. Una raccolta senza eredi che i due coniugi hanno deciso di donare alla città di Lugano, partendo con una prima convenzione e depositando 157 opere della sezione più recente della loro personalissima creazione. Una fruttuosa collaborazione pubblico-privato, dai tempi brevissimi e dall’ottima riuscita, come mi ha fatto notare più volte l’avvocato Olgiati con il suo fare gentile e disponibile.

Spazio espositivo -1 Foto Eugenio Castiglioni

Spazio espositivo -1
Foto Eugenio Castiglioni

Visitare una collezione con il proprio creatore è già di per se una occasione unica, se poi il collezionista vede in te, spiantato blogger e studente di storia dell’arte, un ascoltatore attento e appassionato e decide di spiegarti il perché delle sue scelte collezionistiche allora la visita diventa un’occasione irripetibile, formativa, unica. Con la “savia passione” che lo contraddistingue, unita all’oratoria della migliore tradizione lagale, Giancarlo Olgiati o l’avvocato (così come molti in quelle sale lo chiamavano) ha trasformato il mio pomeriggio in una straordinaria lezione di arte contemporanea di elevatissimo e unico valore. Mi ha spiegato, come pochi professori universitari sono riusciti a fare, il gioco della storicizzazione e della critica, il ruolo del tempo e della storia come giudice imperterrito della vera arte. E così è facile comprendere l’obiettivo e la conseguente importanza della collezione luganese: documentare le avanguardie del nostro tempo, con un costante rimando alle avanguardie storiche, per cercarne le radici.

Proprio qui però sta anche l’ambiguo e favoloso gioco della formazione, dello studio e della conoscenza. Perchè se la collezione inizia con l’acquisizione delle opere dei nouveaux réalistes è proprio grazie a loro che, andando a ritroso, in cerca dei loro «padri» l’avvocato prima e i coniugi poi, riscoprono i dadaisti prima e i futuristi poi. E proprio nei futuristi italiani, più ancora che nel cubismo francese, Olgiati riconosce i semi della vere evoluzione artistica. “Sono Balla, Prampolini e Depero i veri padri dell’astrazione, prima ancora della scuola francese che ora invade i musei stranieri” ripeterà più volte l’avvocato durante la nostra conversazione. Il vero messaggio di questa collezione, che comprende lavori di grandi artisti italiani degli anni Sessanta, Settanta e oltre, messi a confronto con i maestri dell’arte contemporanea internazionale, è quello di mettere a fuoco la grandezza dell’arte italiana e di integrarla con il resto del mondo, per valorizzarla e farla conoscere. E questa è, per i musei svizzeri, francesi, newyorkesi, una linea nuova, complementare alle loro collezioni. Da esposizioni Parigi-centriche Olgiati cambia (con una straordinaria operazione critica) l’asse portante  della storia dell’arte recente, dichiarando fermamente un Milano-centrismo che pochi erroneamente condividono e a accettano.

Giancarlo Olgiati

Giancarlo Olgiati

Sarei stato ore a parlare, ma sopratutto ad ascoltare Giancarlo Olgiati. La sua preparazione, unita agli aneddoti di una vita dedita ad un collezionismo sincero e vero, ha reso il nostro incontro un momento speciale impossibile da descrivere attraverso le poche righe di questo scritto. La sua conoscenza mi ha onorato e segnato profondamente. In pochi minuti mi ha lasciato grandi insegnamenti, ha spostato il mio occhio e la mia attenzione su un ambito per me ostico e di difficile comprensione, ha cambiato i canoni della lettura di un opera contemporanea, ha favorito la mia capacità di storicizzare e ha fornito a me occhi nuovi, puliti e privi di pregiudizi frutto di diversi insegnamenti universitari.

Ci siamo salutati con un appuntamento per il prossimo anno, i suoi (per me importantissimi) auguri per la carriera universitaria, i miei ringraziamenti e un invito accompagnato da una vigorosa stretta di mano: “Cristofori, faccia come i futuristi, osi, non abbia paura, rompa le scatole e dica NO, no agli insegnamenti universitari stantii, no all’oppressione dell’estero, no ai cliché sull’arte italiana. Faccia come i futuristi, dica sempre no ai passatisti”.

A presto

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