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La Grande Guerra non è lontana.

La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente

Bertolt Brecht

A cosa servono gli anniversari? A cosa serve commemorare il centenario della Prima Guerra Mondiale? A noi che ora viviamo in una presunta pace, continuamente proiettati verso il futuro, avvolti dalla tecnologia e dal progresso fino a diventarne ossessionati e prigionieri, a noi uomini e donne di oggi a cosa serve (perché è questo che vogliamo sapere: il nostro guadagno) ricordare la Grande Guerra? Perché ci affatichiamo così tanto nel ricordare un conflitto da 20 milioni di morti, per molti troppo distante e per altri (troppi) talmente lontano da considerarlo: “semplice evento di uno sterile passato” ?

A pochi chilometri da Rovereto tra il 23 maggio 1915 (entrata in guerra del Regno di Italia) e l’11 novembre 1918 (fine del conflitto) combatteva in trincea anche Matteo Perdonò, di mestiere vetturino, nato a Foggia nel 1887 e arruolato nell’artiglieria del regio esercito italiano nei primi mesi 1915. Matteo parte per combattere una guerra non sua, salutando per la prima volta la Capitanata, lasciando una figlia (Teresa) nata solo nel 1913 e una moglie (la diciottenne Maria Michela Celeste) in una città del Regno che di quella guerra, contro gli austriaci e i turchi, nulla sapeva. Con lui partirono per il fronte centinaia di migliaia di contadini, padri di famiglia e umili lavoratori, che di quel Trentino e di quel Friuli oggi così famosi, da pochi mesi conoscevano l’esistenza e le ambizioni. Tra di loro Fiovo Cristofori, ambulante di terraglie e ceramiche nel piccolo paese di Pontelagoscuro sulla sponda destra del fiume Po e Paolo delli Carri, soldato di leva obbligatoria, appena sposato con Giovanna la Manna, dipendente delle Regie Poste e Telegrafi a Foggia.

Tutti torneranno dal conflitto vivi ma con enormi traumi: Matteo, psicologicamente scosso dagli eventi bellici, riceverà come ricompensa dall’Opera Nazionale Combattenti un podere di nuova costruzione nella appena bonificata valle del Cervaro; Paolo invece, gravemente ferito alla schiena a causa di una scheggia conficcata troppo vicino alla spina dorsale, morirà qualche anno dopo (1927) sul tavolo operatorio dell’Ospedale militare di Bologna lasciando orfani i piccoli Francesco, Romeo e Nicola e venendo seppellito in una fossa comune; per ultimo Fiovo, che dopo essersi sposato con l’energica Ghita Nagliati, morì alla fine degli anni trenta credendo (erroneamente) di aver perso il suo primogenito (Giancarlo) nella campagna d’Africa, lasciando nella mani di una madre forte e sempre sopra le righe Vittorino e Vittorina.

Paolo, Matteo e Fiovo sono solo alcuni delle centinaia di migliaia di soldati italiani che per la prima volta combatterono, tutti insieme seppur nelle forti diversità, nella prima guerra dell’Italia unita, ma sopratutto nel conflitto che rivoluzionò il modo di combattere e lacerò (con una violenza mai vista prima) l’intera Europa. Matteo sicuramente (Fiovo e Paolo con grande probabilità) combatterono proprio nelle trincee a pochi chilometri da dove in questi giorni una preziosa mostra celebra il centenario della Grande Guerra: Rovereto.

Il MART, con una straordinaria capacità organizzativa ormai conclamata e uno spazio espositivo “mutaforme”, chiama la nazione (è davvero il caso di usare questa parola) per una esposizione innovativa e multidisciplinare, a cavallo tra documentazione storica, mostra d’Avanguardie e evento di arte contemporanea. Dai versi di Brecht che avete letto in apertura (sotto la guida della pacatissima e troppo filosofica Cristiana Collu) Nicoletta Boschiero, Saretto Cincinelli, Gustavo Corni, Gabi Scardi, Camillo Zadra, in collaborazione con esperti di storia e arte contemporanea, hanno curato una mostra che guarda al passato (il primo conflitto mondiale) con gli occhi del futuro.

“Attraverso lo sviluppo di contributi complementari fra loro, l’esposizione si allontana dalla semplice riflessione sulla storia e offre uno sguardo più complesso sull’attualità del conflitto, ancora oggi al centro del dibattito contemporaneo. La Prima guerra mondiale, di cui ricorre il Centenario, tra gli eventi più drammatici e significativi della storia, rappresenta dunque il punto di partenza di un’indagine più ampia che attraversa il XX secolo e arriva ai conflitti dei nostri giorni.”

La mostra guida il visitatore all’interno di un viaggio che partendo dal primo conflitto arriva fino alla nostra più tragica storia recente (guerra del Golfo, Vietnam, Afghanistan, Iraq) cercando di far comprendere ad un pubblico (si spera più attento di quello della vernice per la stampa) come commemorare non significhi ridurre un evento a qualcosa di pietrificato, archiviato e definitivamente sigillato in se stesso ma, all’opposto, riveli interpretazioni e riletture capaci di esprimerne tutta la complessità. I curatori cioè, confidando in un pubblico attivo che non subisca passivamente la mostra ma che la comprenda e così la vivi, realizzano un libero percorso in cui l’arte si confronta con la storia, la politica e l’antropologia portando alla comprensione della profonda somiglianza dei conflitti.

Ettore Sottsass, Soldati nella baracca Mart, fondo Sottsass

Ettore Sottsass, Soldati nella baracca
Mart, fondo Sottsass

Nell’introduzione al quello che per facilità definiremo catalogo, ma che dei cataloghi tradizionali poco ha (essendo più altro una guida di saggi per muoversi nel terreno sconnesso della riflessione sulla pace) Cristiana Collu scrive: “Senza precipitare nella banalità del male e senza vuoti di memoria, senza rimozione le cui insidie carsiche sono ormai fin troppo note e sottovalutate, ma con lo sguardo verso l’aperto che si leva dall’orrore umano che non si può dire, che non si può rappresentare, ci siamo spinti verso qualcosa d’altro più simile a una preghiera, quella di Elie Weisel, che dal pensiero della fine e di un Dio che incarnatosi non è più con noi, alla tensione verso quello stesso ineffabile, irrappresentabile e incommensurabile, la preghiera verso quel Dio a cui non si credeva più. Abbiamo fatto attenzione a non raccontare la guerra “in nome della pace”, secondo una retorica ipocrita, non l’abbiamo “messa in cornice” come un’opera d’arte.” E la guerra infatti aleggia nelle sale (che andrebbero a mio parere visitate in solitudine) senza però palesarsi chiaramente mai, essendo il vero protagonista della mostra, non il conflitto in se, ma ciò che il conflitto produce e lascia nel, per e sul mondo.

L’allestimento a cura del designer catalano Martí Guixé (bello, seppur deludente confrontato con le mie aspettative e precedenti mostre del Mart) lascia al visitatore la libertà di scegliere il “cominciamento” dell’esposizione, muovendosi in una “visione trasversale che tiene conto dei punti di vista della storia, dell’arte e del pensiero contemporaneo che contestualizza il passato”. Impossibile però a mio parere non iniziare dalla grande sala con l’installazione di Berlinde de Bruyeckere (In Flanders Fields, 2000), dove surreali cavalli sembrano immobilizzati nell’atto di cadere sotto il fuoco nemico (quasi un fermo immagine di UOMINI CONTRO di Rosi), un’opera che ci “scaraventa” nel conflitto, portandoci sul campo di battaglia, tra i corpi dei soldati trivellati dai colpi (impossibile non pensare a Boccioni e alla sua mortale caduta da cavallo) e quelle inutili cariche della cavalleria che per l’ultima volta parteciperà ad un conflitto. Da qui le foto, gli acquerelli, i dipinti e i disegni del paesaggio montano (quello delle trincee), ci portano a compiere i primi passi di quel “vertiginoso” chilometro di esposizione nel quale si sviluppano sottotesti tematici, focus narrativi e affondi mirati; una trama di linguaggi tra i quali spicca a più riprese, il filo rosso tra i fili che la mostra intreccia: il Futurismo.

 Berlinde de Bruyeckere, In Flanders Fields, 2000 Courtesy Museum of Contemporary Art Antwerp (M HKA)

Berlinde de Bruyeckere, In Flanders Fields, 2000
Courtesy Museum of Contemporary Art Antwerp (M HKA)

In mostra le immancabili opere del Mart di Giacomo Balla (foto di copertina), Anselmo Bucci, Fortunato Depero e Gino Severini, accompagnate da diversi prestiti internazionali di artisti che hanno pienamente vissuto il dramma della Grande Guerra (Max Beckmann, Marc Chagall, Albin Egger-Lienz, Adolf Helmberger, Osvaldo Licini, Arturo Martini, Pietro Morando, Mario Sironi), si uniscono con una operazione ardita, ma abbastanza riuscita, ad alcune realizzazioni contemporanee (Lida Abdul, Enrico Baj, Yael Bartana, Alberto Burri, Alighiero Boetti, Pascal Convert, Gohar Dashti, Paola De Pietri, Harun Farocki, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Alfredo Jaar, William Kentridge, Mateo Maté, Adi Nes, ORLAN, Sophie Ristelhueber, Thomas Ruff, Anri Sala, Artur Zmijewski) e ad un numero davvero consistente di materiale documentario, scelto con straordinaria maestria dal personale del Museo trentino.

Ed è difatti “la propaganda” la protagonista di una delle sezioni meglio riuscite di tutta l’esposizione. Il sapiente uso dei mezzi di comunicazione di massa stampa, giornali, manifesti, cartoline, cinema, cinegiornali, riviste sono l’ossatura stessa di un’attività di disseminazione di idee e informazioni. Quando scoppia la guerra la mobilitazione militare è affiancata da una grandiosa mobilitazione politica e mediatica per lo sviluppo dell’ideale della “guerra giusta” e i curatori ben delineano questo aspetto, proponendo al pubblico un numero “spaventoso” di documenti straordinariamente conservati.

Le sale bianche (semplici quinte quasi mai invadenti) ci portano tra la storia degli uomini (le sezioni si intitolano infatti: soldati, feriti, pazzi, donne, bambini) per arrivare a toccare il tema della morte con una delicatezza e una bravura che rende la mostra, di per sé già bella, davvero sorprendente. I soldati uccisi, tumulati, celebrati, decomposti; la morte individuale e di massa: i cinquecento reperti-simbolo (sovrascarponi, elmetti, ramponi, scudi), recuperati in anni recenti sulle Alpi Retiche, rappresentano le vestigia di un corredo appartenente ai soldati che combattevano in alta quota, un percorso che mi ha personalmente scosso e commosso come pochissime volte mi è capitato di fare. Il tutto si conclude con il Dopoguerra (l’elaborazione del lutto e la trasfigurazione dell’eroe; i cimiteri di guerra, gli ossari, la monumentalistica e la ritualità celebrativa) e la letteratura: la funzione morale svolta dalla musica, dall’arte e dalla letteratura rappresenta un riparo indispensabile contro la ferocia del conflitto.

Si esce dalle sale dell’esposizione con quello che un mio collega “giornalista” (le virgolette sono al posto giusto) ha definito “il fardello della storia” ma che io chiamerei piuttosto il “corposo cemento del futuro”. I curatori sono riusciti a realizzare quello che sulla carta sembrava impossibile: esporre la risposta dell’arte e della società del tempo al mostruoso conflitto e contemporaneamente una macro riflessione sulla guerra senza metterla in una sterile teca o, per usare le parole della Collu, in una ricca cornice. Seppur molti sarebbero i punti su cui si potrebbe discutere (un allestimento a volte troppo confusionario, la mancanza di pannelli per un visitatore volenteroso ma non sempre preparato, l’abbondanza di materiale e la non chiarissima posizione delle didascalie, alcuni accostamenti troppo arditi se non troppo soggettivi) il Mart ha avuto il coraggio di realizzare una mostra difficile, accompagnata da un volume a davvero interessante edito da Electa Editore.

2014-10-03 13.08.11Con i preziosi contributi di Massimo Recalcati, Rocco Ronchi, Marina Valcarenghi, Jean-Luc Nancy, Marcello Fois, Gustavo Corni, Diego Leoni, Fabrizio Rasera, Camillo Zadra, Saretto Cincinelli, Gabi Scardi, Marco Mondini, Paolo Pombeni, Franco Nicolis e gli approfondimenti di Serena Aldi, Nicoletta Boschiero, Veronica Caciolli, Selena Daly, Duccio Dogheria, Daniela Ferrari, Francesca Franco, Luca Gabrielli, Denis Isaia, Mariarosa Mariech, Marta Mazza, Luciana Senna, Alessandra Tiddia, Federico Zanoner, il volume intitolato ovviamente “La guerra che verrà non è la prima” è una guida per muoversi nella storia sociale del primo conflitto mondiale senza dubbi o paure, una scintilla per continuare la ricerca che il Mart ha iniziato ma che la comunità, le Università e cittadini devono  continuare a fare.

Nelle sale di Rovereto la mia mente non ha potuto non tornare a Paolo delli Carri, Matteo Perdonò e Fiovo Cristofori, rispettivamente i miei bisnonni materni e paterno. La grande guerra (e la guerra in genere) che noi studiamo sterilmente sui libri di storia è vera ma soprattutto straordinariamente VICINA, i miei bisnonni l’hanno combattuta (ricevendone anche medaglie) e quella campana che a Rovereto ogni sera suona 100 rintocchi , lo ricorda (fortunatamente) sempre.

A chi ancora mi chiede a cosa servono i musei e le commemorazioni posso dire “nel nostro perenne oscillare tra identità differenti, nella difficoltà ad orientarci in un presente che consuma il futuro prima ancora di averlo saputo prefigurare, i musei si confermano “luoghi laterali”, rispetto alla vita quotidiana, dove ricostruiamo una storia alla quale apparteniamo, una dimensione collettiva in cui i testimoni possono ancora parlare e gli eredi – noi – porre domande” (C. Zadra)

A chi ancora mi chiede a cosa servono gli anniversari non posso non rispondere con le parole di Cicerone: “La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzio dell’antichità”.

Perché la pace non va cercata, va costruita. Ogni giorno.

A presto

P.s: i miei ossequi ai giornalisti che guardano i blogger come la “feccia” della società forse perché “ricordiamo loro che, per raccontare storie, saper scrivere è più importante che appartenere ad un club” (cit. Luca Melchionna su Twitter, che ringrazio infinitamente per le sue parole), i miei complimenti e un grazie speciale al personale dell’Ufficio Stampa del MART (in particolare a Susanna Mandice e Flavia Fossa Margutti) che mi accoglie ogni anno con una gentilezza senza pari e una competenza unica. GRAZIE!


MANIFESTO martMOSTRA: La guerra che verrà non è la prima. Grande Guerra 1914 – 2014

4 ottobre 2014 – 20 settembre 2015

Orari: Martedì – Domenica 10.00 – 18.00 Venerdì 10.00 – 21.00 Lunedì chiuso

Tariffe:

intero: 11 €

ridotto: 7 € (gruppi, giovani 15-26 anni, over 65 anni) biglietto famiglia: 22 €

fino ai 14 anni: ingresso gratuito

amici del museo: ingresso gratuito

INFO: www.mart.tn.it


FOTO DI COPERTINA: Giacomo Balla, Colpo di fucile domenicale, 1918, collezione Banca d’Italia

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