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Arte e Filosofia, sulla linea del confine

Arte e filosofia. Perché?

La domanda sulla natura di questa rubrica che curerò, ringraziando l’ospitalità e la lungimiranza di Romeo, ideatore e creatore di Mostrerò, sorge spontanea.

Innanzitutto perché noi crediamo fermamente che il sapere sia tutt’uno.

Potrebbe sembrare una affermazione scontata, quasi un luogo comune, ma la realtà ci insegna che purtroppo così non è.

La scuola è la prima a “predicare bene e razzolare male”, e dai suoi edifici fatiscenti (sintomatici della considerazione di cui gode la cultura nel nostro “bel” paese) escono non giovani, per così dire maturati, bensì contenitori di nozioni, informazioni da custodire gelosamente tempo di passare il test d’ingresso per l’università —sempre che non si decida di abolirne altri!—.

Galileo venne condannato dagli aristotelici sebbene fosse l’unico ad avere compreso l’autentico significato del messaggio del maestro: puntando il cannocchiale al cielo egli fece ciò che lo stagirita professava, consultò il libro della natura, e non quello degli uomini.

La scuola, e la società più in generale, oggi pecca della stessa miopia intellettuale di coloro che aristotelici si professavano.

Ogni materia viene trattata come un organismo a se’, una sorta di monade.

Apro il libro di Dante e studio ciò che la professoressa chiederà, badando bene ad imparare a memoria quante volte il pellegrino sviene tra un girone dell’Inferno e l’altro; apro il manuale di Scienze naturali e memorizzo autisticamente almeno cinque nomi di rocce sedimentarie e cinque di rocce metamorfiche.

E guai a te se durante l’interrogazione di arte mentre parli del non finito michelangiolesco ti viene in mente di parlare dell’idea platonica! Che ti è saltato in testa? Questi “collegamenti interdisciplinari” di cui tanto ci vantiamo sono (o meglio dire, ahimè, dovrebbero essere) d’uopo, ma purtroppo nei fatti vengono considerati come un secondo livello forse un giorno, invero mai, raggiungibile —.

Ovvero: metti da parte la tua creatività e la tua intelligenza, quella non serve, impara a memoria, poi, eventualmente puoi chiederti il perché delle cose e volere avere una visione d’insieme.

Professiamo che il sapere sia tutt’uno, e vantiamo che il mondo d’oggi favorisca una visione il più possibile ampia ed eterogenea delle cose. Internet, socialnetworks, telefoni intelligenti: cavalchiamo la cresta dell’onda, ci tuffiamo, per dirla con Baumann, in questo mondo liquido di contatti e condivisioni, quando in realtà non siamo mai stati così lontani, profondamente lontani.

Tutto è Wiki, veloce, rapido, e il nostro ruolo di presunto protagonismo in questo turbinio di informazioni ci viene continuamente ricordato dai nomi stessi delle cose: I-phone, YOU- tube..

ma quello che ne ricavo sono solo nozioni: informazioni che impilo ed accumulo, senza pensare alla loro ragion d’essere o al loro legame.

Sono fermamente convinta che gran parte dei meccanismi che sono alla base di questa moderna solitudine, falsità nei rapporti, superficialità delle conoscenze, si riflettano sulla forma mentis con cui ci volgiamo allo scibile: individualità, separatezza, confini, specializzazioni.

Limiti, paletti, barricate.

Più volte ho sentito addurre a giustificazione del fatto che hominiuniversalis come Leonardo o Goethe siano —per essere eufemistici — in via d’estinzione, la semplicistica ed ormai abusata affermazione che sarebbe impossibile per noi individui del nuovo millennio giungere a maneggiare varie discipline con la destrezza per cui i primi sono invece ricordati, a causa della specializzazione e quantità di nozioni che siamo andati nei secoli acquisendo.

Ma siamo sicuri che questo sia un segno di evoluzione e miglioramento del sapere?

Altro è un sapere qualitativo, altro quantitativo.

Ci arrampichiamo sul monte dello scibile verticalmente, senza mai fermarci a guardare intorno a noi i colori della vallata, preoccupati solo di ottimizzare i tempi e salire più in fretta possibile. Ed una volta arrivati che cosa facciamo? Piantiamo una bandiera e poi ridiscendiamo?

Seguiamo acquiescenti la moda dello specializzarsi: abbiamo perso qualsiasi senso dell’importanza della conoscenza e del rapporto orizzontale, tanto sui banchi di scuola quanto nei rapporti umani.

Contro questo fenomeno che ci rende macchine, automi, e non più persone, noi ci vogliamo scagliare.

E nel nostro piccolo cominciamo da qui, da Mostrerò, convinti che il privato è pubblico.

Si è mossi da autentico spirito filosofico quando si considera l’oggetto del sapere che si sta di volta in volta indagando non come un atomo, un unicum, ma come la tessera di un puzzle che, in quanto tale, ha senso solo se incastrata.

Il filosofo ama innanzitutto andare alle origini, a quel luogo in cui i saperi erano tutti assieme, prima di percorrere ciascuno la sua piccola stradina, dimenticandosi dei suoi fratelli.

Per questo motivo vogliamo parlare di Arte e Filosofia, due branche del sapere, due realtà che stanno rischiando di cadere dai banchi di scuola al dimenticatoio. Queste, lungi dall’essere due fiumi paralleli che non si incontrano mai, sono due risposte alla stessa domanda, nascono dalla stessa fonte. Entrambe vogliono rispondere a quesiti squisitamente umani.

Un’opera d’arte è inesauribile. Facendo l’occhiolino a Italo Calvino possiamo applicare la sua definizione di “Classico” all’opera d’arte, e affermare che: ” si dice opera d’arte quella realtà che non ha mai finito quel che ha da dire “. [1]

Essa ci consente di godere della sua visione, ci inibisce o incoraggia col suo potere, e contemporaneamente ci consente di ragionare, di cercare un’intelaiatura di pensiero —sebbene espressa tramite la poiesis e non il theorein

Da sempre la filosofia, per chiarire le sue dinamiche e la sua ragion d’essere interroga l’arte, mentre quest’ultima indossa un habitus filosofico ogni volta che rivendica il suo diritto a non essere considerata una collezione di figurine e dipinti, ma uno degli strumenti di cui l’uomo dispone per uscire dal caos.

Ogni volta che vi è un limite, un confine, vi è anche una comunanza, una doppia proprietà: questo è il caso di arte e filosofia. Esse abitano sul limite che al tempo stesso le definisce.

A presto

Erica


[1] Cfr: ” un classico è un libro che non ha mai finito quel che ha da dire ” I.Calvino, “Italiani, vi esorto ai classici”, L’Espresso, 28 giugno 1981, pp. 58-68.


In copertina: Antonello da Messina, Portrait of a Man, 1475-6 circa, particolare, Londra, National Gallery.

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3 Comments

  1. Yuri Tomaselli 20 settembre 2014 Reply

    Innanzitutto tanti complimenti Erica per questo illuminante articolo che oltre a chiarire quanto sia necessario sondare i profondi legami che si instaurano nel mondo del sapere, mette in evidenza il pericolo che oggi divampa in tutte le istituzioni scolastiche e di alta formazione, che ahimè comincio a percepire sempre di più sul modo di valutare e considerare gli studenti universitari. Ma, fortunatamente, ci sono persone come voi che fanno sperare in un futuro più prospero, dove la passione, lo studio e una solida preparazione viaggiano sulla stessa linea d’onda. Ancora complimenti e non vedo l’ora di leggere altri articoli di questa nuova rubrica che si prospetta già interessante e ricca di spunti su cui riflettere.

    • Romeo Pio Cristofori 27 settembre 2014 Reply

      Grazie Yuri, ti ringrazio a nome del Blog e anche a nome di Erica, davvero troppo buone e gentili le tue parole. Sono sicuro che anche i prossimi della rubrica di Erica ti piaceranno. Aspettiamo ovviamente i tuoi commenti! GRAZIE ANCORA!

  2. Anna Maria Panzera 21 settembre 2014 Reply

    Convinta della sostanziale utilità e bellezza dell’interdisciplinarietà, ne ho fatto il fulcro del mio lavoro. Gli storici dell’arte dovrebbero praticarla di più, invece di arroccarsi nel loro purismo.

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