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Illusion of the light e Irving Penn

La luce che si fa luogo. Così si potrebbe descrivere la grande opera realizzata dall’artista californiano Doug Wheeler per l’atrio di Palazzo Grassi. Una luce (che sembra quella della Venezia invernale avvolta dalla nebbia, o quella felliniana di Amarcord) che toglie punti di riferimento e sembra accogliere i visitatori della nuova mostra di Palazzo Grassi in un mondo bianco e puro. “L’illusione della luce” (fino al 31 dicembre 2014) spiazza il visitatore immergendolo immediatamente nel cardine dell’evento, una riflessione estetica, filosofica e sociale (se non in alcuni casi addirittura politica)  sul vero motore dell’arte, su ciò che rende i colori e la vita tali:  la luce.

Dopo lo straordinario successo della mostra monografica di Rudolf Stingel, che ha inaugurato un nuovo percorso secondo un principio di alternanza tra esposizioni tematiche dedicate alle opere della collezione Pinault e mostre personali di grandi artisti contemporanei, la François Pinault Foundation ripresenta al pubblico mondiale una grande mostra collettiva a cura di Caroline Bourgeois.

Venti gli artisti esposti nelle sale della fondazione francese (Robert Irwin, Dan Flavin, Parreno, Julio le Parc. solo per citarne alcuni) a creare un percorso dove il visitatore “è invitato a compiere un percorso di sco- perta, addentrandosi nella moltitudine di sinonimi del verbo “illuminare”: accendere, analizzare, animare, brillare, chiarire, decifrare, demistificare, svelare, educare, delucidare, infiammare, arricchire, spiegare, istruire, informare, fiammeggiare, guidare, rischiarare, irradiare, mostrare, ris- plendere, scintillare, allietare, destare.”

Una mostra che non ha certo l’obiettivo di porre la parola fine ai molti interrogativi che ancora oggi gli artisti contemporanei pongono circa il ruolo e il significato della luce, ma che invita invece il visitatore a inventare, in tutta libertà (bella la scelta di non inserire un percorso obbligato ma di lasciare libera scelta al pubblico) un proprio percorso personale tra le polarità opposte del bianco e nero, del giorno e della notte, della realtà e dell’illusione, alla luce della propria intelligenza e della propria sensibilità.

Ma Palazzo Grassi non si risparmia e mantenendo sempre estremamente alta la sua qualità espositiva organizza  quella che potremmo definire un’ulteriore profonda riflessione sulla luce, la mostra: “Irving penn, Resonance”, la prima grande esposizione dedicata al fotografo americano Irving Penn (1917 – 2009) mai realizzata in Italia.

Attraverso 82 stampe al platino, 29 stampe ai sali d’ argento, 5 stampe dye-transfer a colori e 17 internegativi mai esposti prima d’ora, la mostra ripercorre i grandi temi cari a Irving Penn che, al di là della diversità dei soggetti, hanno in comune la capacità di cogliere l’effimero in tutte le sue sfaccettature. Una importante esposizione (a cura di Pierre Apraxine e Matthieu Humery) che permette alla François Pinault Foundation di mostrare per la prima volta al pubblico la collezione fotografica, a dimostrazione di un grande interesse nei confronti di questo medium così importante nell’ambito della creazione artistica, che per troppo tempo è stato dimenticato e non adeguatamente valorizzato e tutelato.

Due mostre che hanno stupito anche il sottoscritto solitamente poco amante del contemporaneo e che invece ha scoperto la bellezza di un percorso tra le correnti e le tendenze delle arti del ventesimo e ventunesimo secolo, dove l’obiettivo non è portare a conclusione il dibattito artistico ma stimolare il pubblico alla riflessione. Non si esce da Palazzo Grassi con delle risposte, ma con delle domande. Non è forse questo il bello dell’arte?

A presto

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