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Non ditelo ai ferraresi

Mentre Ferrara si prepara ad ospitare la prima monografica mai dedicata in Italia al Caravaggio spagnolo (Francisco de Zurbarán, 1598-1664: mostra della quale parleremo nelle prossime settimane, ma che si presenta, almeno sulla carta, come un evento di discreto valore qualitativo e di buona ricerca scientifica) credo sia giusto considerare anche tutto ciò che i riflettori della stampa nazionale, ma sopratutto locale, non mettono in luce. Nella nebbiosa e umida cittadina emiliana si annidano molte più ombre di quelle che i boriosi ferraresi, con somma abilità, evitano di notare o ricordare. Le iniziative più che lodevoli (e non vi è alcuna ironia nella mie parole) e le bellezze stereotipate della città estense (Palazzo dei Diamanti e Castello), sembrano abbagliare i cittadini che ad alta voce declamano gli eventi oramai consolidati e i luoghi simbolo ma che non riescono (o forse non vogliono) vedere un patrimonio dimenticato o gestito malamente.

E così mentre il “ferrarese medio” nel solito demenziale confronto tra le città confinanti, si vanta delle mostre di Palazzo dei Diamanti, che molto spesso non ha nemmeno visitato se non tramite una sommaria quanto inutile passeggiata nella sale, nessuno si accorge che una grande istituzione come l’unica sede italiana del prestigioso Museo Ermitage decide di chiudere e di far partire insieme ai suoi bagagli “la pretesa di grandeur di una città di provincia che sta ancora pagando i tentativi di riprendersi il lustro della corte estense, l’ultima era di grandeur seppellita da cinque secoli di semi anonimato” (M. Zavagli).

Era il 19 Ottobre 2007 quando il cotto del Castello Estense era stato ricoperto di tappeti rossi e l’arrivo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva sancito l’inaugurazione della Fondazione Ermitage in Italia. Ferrara aveva strappato il titolo alle tante città italiane che vedevano nella sede del Museo russo un occasione di sviluppo e crescita culturale, ma la determinazione e il desiderio degli allora Sindaco e Presidente della Provincia di poter decorare i propri mandati con una ciliegina così polposa, erano davvero troppo forti per poter perdere un’occasione così ghiotta.

“Non sarà importante e strategico come il gas russo, ma l’accordo su Ermitage Italia a Ferrara ha lo stesso un grande rilievo culturale ed economico” scrive il 15 marzo 2007 la redazione deLa Nuova Ferrara, e continua: ”Non è un caso che il presidente russo Vladimir Putin abbia espressamente voluto che il protocollo venisse incluso negli accordi italo-russi da mettere sotto i riflettori in occasione della sua visita in Italia. La firma ufficiale del protocollo, già sottoscritto a S. Pietroburgo il 23 ottobre, è avvenuta ieri pomeriggio a Bari. Gli autografi sono stati fatti alla presenza di Putin e del presidente del consiglio Romano Prodi. Per l’Ermitage ha firmato il direttore generale del museo Michail Piotrovskij, mentre tre sono state le firme italiane: il presidente della Provincia di Ferrara Pier Giorgio Dall’Acqua, il sindaco Gaetano Sateriale, il presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani”.

E così la fondazione arriva, appoggiata al tempo da “Provincia, Comune, Regione, Fondazione e Cassa di Risparmio di Ferrara, Confindustria, Direzione Regionale per i Beni Artistici, Opificio delle Pietre Dure di Firenze e Università” (almeno secondo Goffredo Pistelli, autore dell’articolo “Due Milioni per fare nulla” pubblicato sul numero 116, pag. 12 del 17/5/2013 di Italia Oggi ).

I programmi sembrano per Ferrara più che rosei e in effetti l’inizio è quello che in gergo giovanile si potrebbe definire “un inizio col botto”. Il Museo russo organizza, sotto l’alto patronato della Repubblica Italiana, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività culturali, della Regione Emilia Romagna e del Comune e Provincia di Ferrara, nonché di CARIFE e Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, la mostra: “Garofalo, pittore della Ferrara Estense”.

L’esposizione a cura di Tatiana Kustodieva, Mauro Lucco e con la collaborazione di Michele Danieli, che visitai ancora novizio della materia, tentava (riuscendoci solo in parte) di rivalutare un autore da lungo tempo avversato dalla critica a causa delle sibilanti quanto velenose parole che Roberto Longhi gli dedicò nel magistrale “Officina Ferrarese” (1934) : “un terrazzano schifiltoso che scende alla capitale due volte l’anno per mutar d’abito e di frasario”, un pittore quasi noioso nel suo essere “paganeggiante di provincia, accademico per la pelle”. La mostra, che può vantarsi del prestito di due enormi opere come Le Nozze di Cana (1531, olio su tela, 306 x 248) e Allegoria del Vecchio e del Nuovo Testamento (1532, olio su tela, 318 x 257), provenienti entrambe con un prestito eccezionale dal Museo russo, è un vero e proprio successo di pubblico e (in parte) di critica e si chiude nell’attesa spasmodica del prossimo blasonato evento, che Pier Giorgio Dall’Acqua già anticipò, con forse troppo ottimismo, nei suoi saluti al presidente Napolitano.

Ma come dice l’antico detto: “finita la festa, gabbato lo santo” e tutte quelle istituzioni che prima avevano  firmato entusiaste il protocollo d’intesa, accettando anche di partecipare al finanziamento della fondazione, colpite forse dai primi tagli dopo un periodo di fondi elargiti indiscriminatamente come se non ci fosse un domani, iniziano a defilarsi come i bambini nel momento di mettere in ordine la propria cameretta. Per lungo tempo tutto tace e Ermitage Italia si dedica, con i fondi disponibili, a diversi progetti di ricerca, che culminano nella pubblicazione di alcuni testi specialistici.

Già nel 2011 la nave inizia a imbarcare acqua, il 31 maggio dello stesso anno il direttore e presidente del comitato scientifico, Michail Piotrovski lancia l’appello alla città di Ferrara per sbloccare una situazione che, per mancanza di denaro, è in fase di stallo: “Servirebbe un coordinamento cittadino per portare a Ferrara due importanti mostre che al momento sono ferme” riporta Guido Sassi su estense.com e Piotrovski continua (quasi con un velo di obbligata minaccia) : “Ci sono molte città in Italia che invidiano il rapporto privilegiato che c’è tra Ferrara e l’Ermitage, e che vorrebbero lavorare più a stretto contatto con noi. Penso a Verona, Mantova, Venezia. Noi qui però stiamo bene, Ferrara è  il cuore organizzativo delle nostre attività”, come a dire: potremmo essere accolti da qualcun’altro se non si collabora.

Ma Ferrara fa orecchie da mercante e nonostante siano due le mostre già pronte (la pittura italiana del ‘600 e l’arte islamica) che necessitano solo di alcuni fondi aggiuntivi a quelli annualmente destinati alla Palazzina Giglioli di Corso Giovecca, nel giro di due anni da quella conferenza del 2011, complici anche terremoto e crisi economica, Comune e Provincia decidono di staccare finalmente la spina ad una fondazione che dal giorno successivo alla chiusura della mostra del Garofalo è sdraiata su un letto d’ospedale in profondo coma vegetativo ma che oggettivamente è ormai morta.

Massimo Maisto, assessore alla cultura e vicesindaco di Ferrara, come riporta Marco Zavagli nel suo articolo del 15 maggio dal titolo: “Ferrara, chiude l’Ermitage benedetto da Prodi e Putin. Persi 2 milioni di euro” del Fatto Quotidiano, facendo spallucce alla richiesta di un commento dell’abbandono di Ermitage ha affermato: “Non c’è nulla di nuovo se non la conferma di quanto abbiamo detto da diverso tempo: non siamo in grado di finanziare l’attività della fondazione. Abbiamo aspettato un certo periodo per capire se c’era la possibilità di finanziamenti nazionali, ma dopo il sisma sono cambiate le priorità, e i fondi che chiediamo sono destinati alla ricostruzione del nostro patrimonio artistico e alla riapertura dei musei”.

Le parole dell’assessore, più che condivisibili, fanno riflettere sulla lungimiranza dei governanti locali. La Provincia, che era tra le maggiori promotrici dell’iniziativa, non sborsa più un quattrino, la Regione fa l’elemosina e il Comune non può permettersi di portare avanti, da solo, un nuovo centro studi, o meglio (ad essere sinceri) non può permettersi di portare avanti due macchine per far mostre. Si perché Ferrara la propria fondazione l’aveva già (Ferrara Arte) e Il Comune e la Provincia erano, e sono tutt’ora, i principali finanziatori delle mostre di Palazzo dei Diamanti che annualmente richiamano pubblico da tutta Italia con mostre (rare volte ad esser sinceri) di notevole qualità.

Come poter allora mantenere in vita due enti fondamentalmente identici?

L’attuale Presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, qualche mese fa dichiarò apertamente: “Già dal 2009 ci era chiaro che la Fondazione non poteva essere un doppione di Ferrara Arte, e quindi organizzare mostre: ce ne sono state proposte, dall’Islam in giù, ma abbiamo sempre detto no, volendo concentrare le risorse pubbliche su Palazzo dei Diamanti”. Si è quindi tentato di trasformare la Fondazione Ermitage in un centro studi, ma che fosse nata con il semplice obiettivo di produrre mostre, lo indica chiaramente il fatto che la sua creazione avvenne sotto la vigile ala di Maurizio Cecconi, manager di Villaggio globale, (società che organizza mostre in tutta Italia), e “ambasciatore” di Ermitage (pure ex assessore a Venezia), la cui figura era indivisibile dalla Fondazione ora approdata a Venezia proprio insieme a Cecconi.

Si è fermato quindi sul nascere il tentativo di spostare il monopolio delle mostre, fonte economicamente ragguardevole, dalle mani degli enti pubblici ferraresi a favore della già citata agenzia privata. Ma tutto questo gioco, quanto ci è costato? A conti fatti si sono bruciati circa 2 milioni di euro pubblici nella creazione di enti che davvero poco hanno portato a Ferrara e ancora meno alla nazione intera.

Ma se tutto questo era così lampante per gli amministratori locali, fin dalle origini del progetto,  perché si è deciso di continuare a insistere nel portare a Ferrara una Fondazione che nelle altre città candidate ad ospitarla avrebbe, con molta facilità, realizzato molto di più? Perché nessuno ha sollevato il problema proprio in quel consiglio comunale che pochi mesi fa ne ha decretato la chiusura? Perché nessuno pagherà per un errore vergognoso che ha fondamentalmente minato la credibilità di una classe politica locale già discutibile, se non addirittura quella piccola credibilità internazionale di una cittadina di provincia che goffamente tenta di imitare, con risultati esilaranti, una città di cultura?

Ma Ferrara non vuole rassegnarsi a essere solo una cittadina e così ha una particolare passione nel gettarsi in progetti improbabili e particolarmente dispendiosi. Nessuno ricorda quella orchestra giovanile europea che sotto la guida nel neo senatore Abbado cercava proprio a Ferrara una casa? No, non credo, perchè i musicisti che la componevano hanno preso strade diverse e con loro il famoso maestro Abbado che ha però lasciato a Ferrara un segno indelebile ben diverso dalle sue emozionanti direzioni musicali. Gli amministratori locali forse abbagliati dal fascino emanato dal maestro, decisero di dotare la città di un nuovo e moderno teatro sinfonico e lirico che potesse ospitare l’orchestra diretta dal maestro e rappresentazioni in grado di competere con i più famosi teatri italiani.

La scelta cadde sulla ristrutturazione dell’abbandonato Teatro Verdi. Iniziativa più che meritevole, peccato che il progetto faraonico (peraltro affidato al parente di Abbado, l’architetto Alessandro Traldi) avesse bisogno di fondi piuttosto ragguardevoli per essere completato e così dopo diversi milioni di euro spesi, con la complicità dell’ex ministro Walter Veltroni, nel pieno centro di Ferrara spicca ora un enorme orrendo scheletro che non solo offende lo skyline della città medievale ma che per essere completato richiederebbe (forse) altri 10 milioni di euro. Ancora una volta, perché? Perché nessuno ha fermato prima questo buco nero di fondi pubblici?

La lista di domande per la cittadina di Ferrara e la sua amministrazione comunale e provinciale potrebbero continuare. Perché si è accettato di costruire un enorme Museo dell’Ebraismo e della Shoah ristrutturando con un progetto colossale l’ex carcere di via Piangipane mentre Palazzo Prosperi Sacrati, straordinario edificio rinascimentale, a qualche metro dal famoso Palazzo dei Diamanti, giace in un vergognoso se non criminale stato di abbandono? Perché non si è deciso di restaurare molto prima Palazzo Massari, sede del Museo Boldini e delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea, che già molto prima del sisma del 2012 si presentava in un profondo stato di degrado, al posto di aspettare un terremoto che lo ha reso definitivamente inagibile?

In un “paesucolo” che si permette di auto-definirsi città di cultura perché quei milioni di euro buttati in progetti assurdi non vennero utilizzati per la conservazione di un patrimonio straordinario come quello ferrarese? Chi pagherà le colpe di una classe politica mancante di una assoluta lungimiranza e ottica al futuro?

Tutte domande, queste, che nella rossa e perbenista Ferrara non si possono fare. Non chiedete queste cose ai ferraresi. Non chiedetele perché si offenderanno, si innalzeranno sui loro alberi e, da lì, vi racconteranno che la città degli Este è bella, ha un bel castello, ha Palazzo dei Diamanti, ha le mura e le biciclette. Non dite loro che Ferrara, è piccola e provinciale, che si atteggia a grande città ridicolizzandosi con le proprie stessa mani. Non ditelo ai ferraresi, potrebbero offendersi.

A presto

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