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Sul Tavoliere, lettera a Giuseppe Ungaretti

Caro Giuseppe

ti scrivo perché il mio cuore piange. Non chiedermi di darti del lei, i miei occhi sono stati negli stessi luoghi dei tuoi, ma ciò che hanno visto, non è lo stesso. È per questo che il mio cuore è dilaniato. Ti ricordi Giuseppe cosa trovasti nel Tavoliere? Ti ricordi quando il Corriere della sera ti mandò a realizzare i resoconti dell’Italia?

“Non saprei dirvi dove potreste trovare una cosa più sorprendente e commovente, e augurale, delle tante fontane che s’incontrano oggi fra le palme, arrivando a Foggia. Foggia e le sue fontane! Che bellezza! Non è quasi dire un Sahara diventato Tivoli?”

Ti ricordi la fontana del Sele che maestosa si ergeva davanti al Pronao della Villa comunale e dalla sua stella marina rovesciata rilasciava, sopra le teste dei passanti, uno spruzzo altissimo? E le centinaia di zampilli laterali con i quali i bambini giovavano in quelle calde estati degli anni trenta? Doveva ricordare a tutti i foggiani l’inaugurazione dell’acquedotto pugliese e, completata la grande festa, doveva essere sostituita, ma la gioia dei cittadini per quell’acqua arrivata dopo aver tanto combattuto, portò la fontana a diventare permanente, simbolo “dell’imperituro ricordo di quel gioioso giorno”.

Ora la fontana c’è ancora, ma i mille zampilli e la gioia dei passanti non più. Ora la fontana del Sele è spenta. Nessuna goccia d’acqua si innalza dalla stella marina che aperta ma ormai secca, come le terre che circondano l’antica e sventurata Foggia, continua a guardare il cielo, inerme.

La guerra ha distrutto tanto (troppo), di questa città che tanto ti colpì, ma non devo certo ricordartelo io il dolore di quei giorni. Poco o nulla è rimasto di quei palazzi signorili che vedesti camminando sotto gli alberi ben potati dei viali. Ventimila morti giacevano sotto le macerie, nell’estate del 43, alla fine dei bombardamenti americani e delle angherie naziste. Un numero difficile anche solo da immaginare. Ventimila morti.

Foggia poteva e doveva rinascere. Ed è rinata. Dalle sue ceneri è diventata “la capitale terrestre della Puglia così come Bari è quella marittima” (A. Maiuri).

Ma quello che non è riuscito a distruggere la guerra lo ha distrutto l’orribile ricostruzione degli anni sessanta e ora, mentre scrivo, l’incuria di troppi cittadini e  l’ignoranza dei governanti locali.

Il tuo arrivo a Foggia è stato come un apparizione, il mio, una fucilata. Se solitamente l’orribile situazione urbanistica faceva tremare il cuore, la decadenza e lo sporco che vivono in questi ultimi anni (e specialmente in questi ultimi mesi), tra le strade della capitale del Tavoliere, distruggono ogni ricordo positivo.

Le innumerevoli fontane ora non esistono più, altre sono distrutte dall’inciviltà di giovani vigorosi “virgulti” che si allietano nella silenziose notti distruggendo l’arredo urbano. Quasi tutte ormai spente, sono piene di “immondizia”; moltissime altre sono il luogo deputato per l’improvvisa minzione serale di innumerevoli cani e gatti, per non ricordare quella di uomini e bambini che in città sembrano essersi improvvisamente dimenticati dell’esistenza di luoghi specificamente deputati all’espletamento delle proprie impellenti esigenze fisiologiche nelle loro abitazioni.

Il vento che da sempre soffia incessante in questa piana di Puglia, non aiuta. Innumerevoli carte e pubblicità svolazzano, sul far delle sera, ad allietare i passanti sul corso principale o tra le viuzze del piccolo centro storico, che non è certo risparmiato dalla sporcizia e dalla maleducazione.

Tutto questo accade nella massima indifferenza dei cittadini e delle istituzioni che continuano a “divorare” i fondi degli onesti contribuenti, disinteressandosi bellamente della città. Così migliaia di tonnellate di rifiuti si accumulano per le strade, mettendo a serio ed evidente pericolo la salute dei cittadini. Parchi e giardini (o meglio, quello che ne rimane) vengono distrutti dall’incuria e dal tempo che insaziabile consuma tutto e tutti.

Le tante fontane prima bianche e luccicanti, che vedesti allora, si scuriscono, si seccano e si sgretolano, aspettando invano che di nuovo l’acqua, vero miracolo di questa terra, passi nuovamente nelle loro tubature.

Giuseppe, nemmeno la bellezza delle campagne è rimasta intatta. Ti ricordi il silenzio di quella terra schiaffeggiata, più che baciata, dal sole? Gli oliveti che scendevano ordinati dai pendii delle colline fino ai piedi dell’Appennino? il cielo vuoto e azzurro era limpido, senza interruzione alcuna.

“Non c’è un rigagnolo. non c’è un albero. La pianura s’apre come un mare. Vorrei vederlo nel suo sfogo immenso, in piena estate, ondeggiare con l’alito tormentoso del favonio sopra il grano impazzito. è il mio sole, creatore di solitudine; in essa i belati che di questi mesi vagano, ne rendono troppo serale l’infinito; incrinato appena dalla strada che porta al mare lontano”

Anche adesso non c’è un rigagnolo, ne un albero. Ma ora la campagna, prima puntellata dalle sole masserie bianche, è interrotta da cave mostruose che hanno distrutto intere colline, tagliato porzioni di paesaggio e eliminato oliveti secolari. Un enorme cantiere, brulicante di mille ruspe ed operai, si estende tra Foggia e gli Appennini. Costruiscono la nuova linea ferroviaria ad alta velocità che finalmente sostituisce l’unico binario della fondamentale linea Napoli-Foggia. Ma i piccoli passaggi a livello, che consentivano ai rari contadini di passare con i propri mezzi, sono sostituiti da enormi sovrappassi in cemento armato, visibili a chilometri di distanza, nella vallata stretta tra gli Appennini e le colline, utili forse a strade con elevato traffico e non certo per quelle piccole e sperdute di campagna.

Le colline, che prima morbide scendevano ricoperte di grano, sono state distrutte per SEMPRE. Letteralmente tagliate, scavate o totalmente eliminate, senza la minima preoccupazione, dalla furia distruttrice di un presunto progresso, per creare la “solida base dei binari del futuro”.

Nemmeno il cielo e l’orizzonte si sono salvati. Centinaia, e ripeto centinaia, di pale eoliche si innalzano dalla colline a pochi metri di distanza l’una dall’altra, senza la minima preoccupazione per il nostro tanto declamato paesaggio. L’inizio di un’era verde per la produzione di energia pulita, ha fatto dimenticare agli investitori (forse offuscati dagli straordinari guadagni) il rispetto del territorio. Tutto nella più totale indifferenza degli abitanti locali, che poco se ne calano del paesaggio, e (drammatico), dei governanti, che poco gliene “frega” dei cittadini, dei loro terreni e dei loro diritti.

Ma la cosa peggiore, Giuseppe, è il sapere che nemmeno il suolo, la terra coltivata per centinaia di anni, si è salvata. Nemmeno quella terra percorsa da pellegrini diretti alla Madonna di Siponto, che tanto amavi, o al monte Gargano, per un saluto all’Arcangelo. Una discarica enorme ha preso possesso di quelle terre. Per nasconderla hanno modificato il percorso del fiume Cervaro. Ma migliaia di litri di percolato fuoriuscivano dal terreno e si univano (ahimè si uniscono ancora), alle acque che i contadini utilizzavano ed utilizzano per coltivare il grano spazzato dal caldo favonio estivo. Miglia di tonnellate di rifiuti, altamente pericolosi, riposano da decenni sotto un piccolo strato di terra vicino al fiume, nel silenzio assordate e riprovevole degli amministratori locali, che non potevano NON sapere, ma che hanno deciso di TACERE.

Non distante da questo scempio, nei pressi della millenaria cittadina di Troia, riposano in enormi cumuli, ormai a cielo aperto, sopra una superficie di settanta ettari, migliaia di tonnellate di polveri industriali. Il vento, quello stesso che soffia d’estate e d’inverno, spazza questi enormi depositi, portando con se quelle polveri nocive, che come delicata neve, si depositano sul giovane grano che cresce nei terreni circostanti. Ogni cosa è inquinata. Migliaia sono le persone che muoiono di tumori. Nulla e nessuno è stato e verrà risparmiato.

Poeta, ora capisci perché ti scrivo raccontandoti del Tavoliere, di quella terra di Puglia che Diomede, allevatori di cavalli, scelse dopo essere tornato sano e salvo dalla guerra tra Troia e Argo, scampato con la fuga alla morte che gli aveva ordito l’infedele moglie.

Non potevo darti del lei. Perdonami per questo mio vergognoso comportamento. Il mio amore per questa terra dilaniata con tanta stupidità, mi ha accomunato all’amore che tu stesso provasti per la pianura dove l’acqua le fontane sono un miracolo.

Le mie lacrime sono inutili di fronte a così tanta devastazione e incuria. Ma le mie parole, non certo degne di stare vicine alle tue, forse potranno risvegliare l’indignazione e il ribrezzo di alcuni. Perchè se Federico II potesse vedere, anche solo per un momento, le sue amate terre, non potrebbe più dire “se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui.”

Oggi le pale eoliche svettano sulle colline come mille freddi pugnali conficcati nella terra, sulle colline ruspe devastano il terreno con cave enormi, il percolato sgocciola nero dalla terra e corrompe le acque, Foggia continua a crescere togliendo spazio alle campagne, le fontane spente si sgretolano, i rifiuti si accumulano nelle strade, l’acquedotto costruito con tanta fatica si consuma, il cemento sostituisce i campi di grano e i tumori strisciano silenziosi tra gli abitanti come infinite pericolose serpi. Su tutto questo soffia imperterrito un vento che muove rifiuti e carte e sui campi rilascia un lieve strato di polveri nocive. “Se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui.”  No non credo proprio.

Signor Ungaretti non si dimentichi mai quel ricordo del Tavoliere, perchè purtroppo qui, nessuno ormai, se ne rammenta, e guardando queste terre devastate, penso che nessuno, mai più, potrà ricordarsi la bellezza della terra dei Dauni, di Diomede allevatore di cavalli, di Federico imperatore, di tutti NOI.

Con ineguagliabile stima e reverenza, nella più totale vergogna,

tuo Romeo.

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